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Star Wars- The Last Jedi: ecco perchè è stato necessario voltare le spalle ai fan

Star Wars The Last Jedi: ecco perchè è stato necessario voltare le spalle ai fan

di Bruno Manfredi

L’ultimo film dell’epopea spaziale di Star Wars ha praticamente esaurito il suo ciclo vitale nelle sale cinematografiche e, dopo oltre un mese dalla sua uscita, possiamo tranquillamente affermare che Disney è uscita vittoriosa dallo scontro titanico che l’ha vista opporsi ai fan storici della saga.

Come si è giunti a questo epilogo che, a tratti, risultava quasi scontato?

L’ultima fatica del regista Ryan Johnson ha portato, in linea generale, alla cementificazione di due blocchi ben distinti: quello costituito da coloro che hanno apprezzato notevolmente il film, e quello composto da coloro che invece vagano ancora con un forcone in mano alla ricerca dei responsabili della dissacrazione spirituale della loro opera preferita.

Quali sono, dunque, i capi d’accusa più ricorrenti che sono stati mossi al regista (nonché alla Disney stessa)?

Tra i più gettonati si annoverano: la mancanza di rispetto verso la mitologia della saga originale, la scarsa caratterizzazione dei nuovi personaggi e una storia generale che non evolve e fa fatica a decollare.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza in questo percorso a ostacoli che ha visto intrecciare tra di loro le oscuri motivazioni dei concorrenti in gara: la sacralità della tradizione ortodossa degli appassionati storici, il nuovo indirizzo che la produzione attuale sta intraprendendo e, terzo e incomodo polo catalizzatore, il pubblico neutrale. Una coesistenza di forze molteplici in continuo conflitto tra di loro, con alcune di esse desiderose di non perdere la propria posizione dominante, in un contesto di attrazione a repulsione che farebbe invidia persino a Totem e Tabu, di Freud.

George Lucas, a tratti amato e a tratti ripudiato dagli amanti della saga, ha affermato come essa stessa sia stata concepita come un prodotto indirizzato ad un pubblico molto giovane, con un termine, quest’ultimo, declinato nella sua positiva natura di mezzo espressivo semplice, immediato e diretto. Quasi come un racconto di formazione, incentrato sulla trasmissione di concetti e tematiche universali, propedeutiche alla capacità di ogni ragazzo dell’epoca di poter materializzare un sogno o, come ci suggerisce il titolo stesso del primo episodio, una nuova speranza.

Se la saga, dunque, è rivolta ad un pubblico giovane, e se la Disney è un’azienda che, a prescindere dai propri gusti personali, ha quasi sempre assolto in modo impeccabile al suo ruolo di strumento pedagogico cinematografico, cosa può spingere, allora, gli appassionati a non condividere il nuovo progetto?

La prima e più semplice delle risposte potrebbe essere: la crescita.

Il pubblico appassionato e Star Wars sono cresciuti, e crescono tuttora, su due livelli differenti. Per la maggior parte dei fans storici, l’imprinting con l’opera avviene in fase infantile o adolescenziale. Dopodiché quei ragazzini crescono, cambiano, mantenendo si inalterata la loro passione verso il brand, ma con un approccio contestualizzato alla loro crescita verticale. Crolla il velo di maya che ricopre l’esperienza cinematografica giovanile e subentra, nella maggior parte dei casi, quello che è uno dei peggiori limiti della rappresentazione artistica: la consequenzialità logica.

Il fan di Star Wars inizia ad applicare ai film quella rigida struttura di collegamento da sillogismo, in cui la posizione di un determinato oggetto deve ricollegarsi in uno strettissimo rapporto di 1:1, o stabilire se la frase pronunciata da un personaggio sia contrastante o meno con quella detta nel film precedente.

Un lavoro di desaturazione artistica che impatta direttamente con l’estetica autoriale e con la presenza di tutto il comparto simbolico presente nell’opera.

Questo atteggiamento si confronta direttamente con quella che è invece la crescita orizzontale di Star Wars inteso come film, un’opera che non ha nella sua natura la restaurazione logica della sua struttura, ma, al contrario, il mantenimento della sua forma favolistica, accompagnato da un adattamento storico e visivo in grado di dialogare con i propri spettatori. Difatti questo è sempre stato lo scopo ultimo di Star Wars: rendere continuamente attuale il sottotesto di genere.

E, fondamentalmente, fu proprio questo l’unico grande errore di George Lucas con la trilogia prequel. Non tanto le opinabili scelte in ambito di scrittura, sceneggiatura o di tutto il comportato tecnico, bensì la decisione di voler comunicare una storia, a una nuova generazione di pubblico, utilizzando un linguaggio diverso dal periodo storico e culturale in cui si stava affacciando: La minaccia fantasma (1999) non poteva presentarsi con gli stessi abiti cuciti addosso a Una nuova speranza (1977).

The last Jedi, l’ultima produzione della Disney, ha invece mantenuto fede a quello che è il vero cuore pulsante della saga, che, a differenza di quello che pensano i più accaniti fans della serie, non è il continuum storico della mitologia originale, ma la riproposizione di figure e concetti classici, semplicemente rimodellati per il pubblico moderno. Un lavoro mastodontico che ha anche concesso il giusto spazio per il ritiro dalla scene dei vecchi protagonisti e delle vecchie storie, dedicando praticamente un film e mezzo alla dipartita dei personaggi originali principali. Dopodiché, come giusto che sia, il film ha iniziato a camminare con le proprie gambe.

E se i personaggi storici hanno ricevuto il giusto encomio, allo stesso tempo quelli nuovi sono stati scritti con la rappresentazione più adatta alla nuova generazione di pubblico, a partire da quello più criticato di tutti: Snoke. Probabilmente il più detestato dallo zoccolo duro degli appassionati, perché non all’altezza dei suoi illustri oscuri predecessori. Snoke, infatti, viene inizialmente presentato come il principale antagonista alla base di tutto l’intreccio narrativo, molto sensibile alla forza e in grado di sottomettere mentalmente e spiritualmente i due protagonisti: Kylo Ren e Rey. E fin qui gli estimatori della trilogia originale non hanno avuto nulla da ridire, almeno fino a quando non è arrivata la dipartita del personaggio, a modo loro troppo veloce, stupida e insensata per il potere superiore che aveva mostrato, e di conseguenza non all’altezza dell’imperatore dei Sith o di Darth Vader.

Ecco, quindi, palesarsi nuovamente la sovrastruttura dell’impianto pseudo logico del fan di vecchia data che, avendo vissuto, ai suoi tempi, lo sviluppo di una determinata situazione, trova incomprensibile la riproduzione di un evento simile ma dagli esiti diversi. Difatti i vecchi antagonisti, appunto Darth Vader e l’imperatore, erano la rappresentazione di una minaccia identitaria, che aveva lo scopo di rafforzare la figura del protagonista. Un eroe che diventa grande perché è altrettanto grande il suo nemico. Guerre Stellari (1977) fu il capostipite della sua progenie, e decise di fare breccia nel cuore del pubblico dando degli input ben precisi. The last jedi, invece, è lo specchio della sua epoca, un momento storico e culturale che non presenta più piccole e grandi isole di rappresentazione non solo identitaria, ma anche sociale, che si muove in un territorio che ha annichilito la diversità geografica e culturale, e che quindi è intrinsecamente impossibilitato a riprodurre figure di spicco.

Per questo motivo la comparsa e la dissoluzione di Snoke è semplicemente perfetta. Perché siamo di fronte a un personaggio che rappresenta una minaccia fasulla, un tipo di pericolo che il nostro macrocosmo non contempla più. Snoke vuole mostrarsi per quello che in realtà non può essere: un percorso di crescita per i personaggi. La sua dipartita, quindi, non poteva che avvenire così, ai limiti del grottesco.

Il film, dunque, è incentrato su quelle che sono le due giovani forze pulsanti: Kylo Ren e Rey, e su un’ardua, fatidica decisione: chi dei due è stato caratterizzato meglio?

Adam Driver ci restituisce un personaggio forse leggermente più complesso di quello di Daisy Ridley, enfatizzando quella che è la sensazione più comune per un personaggio, o un ragazzo, che si affaccia al mondo: lo spaesamento. In un mondo che ha già avuto la sua teogonia, che ha già visto sorgere un’epica oramai irraggiungibile, Kylo Ren cerca di trovare un posto per sé. E’ schiacciato dalla tradizione che lo precede e quasi decide di diventare il portavoce del cambiamento che dovrà avvenire nel suo universo. Una descrizione del personaggio che, ovviamente, si presta a svariate interpretazioni di stampo psicologico.

Rey, invece, sembra muoversi su un livello più costante rispetto a quello del suo rivale, ma ha l’enorme merito di rappresentare, attraverso la suggestiva sequenza ambientata nella caverna, quello che è lo spirito dell’intero film: noi non siamo nessuno, non abbiamo nessuno da cui attingere e tutto quello che siamo lo dobbiamo guadagnare con la nostra volontà.

In definitiva, Star Wars: the last jedi è l’episodio della nuova saga di cui tutti avevamo bisogno, e il connubio con la Disney è una delle unioni più sensate e produttive nella storia del cinema contemporaneo. I fan storici della saga spesso dimenticano per cosa è nato e quale sia lo scopo di questa opera, approcciandosi ad essa con gli occhi della logica adulta, che spera di trovare evoluzioni mature e radicate nella storia, ma in realtà queste successioni mentali non hanno motivo di diventare il fulcro di un prodotto del genere.

Star Wars è un enorme giocattolo. Bellissimo, cesellato e curato alla perfezione, ma pur sempre un giocattolo che deve ripresentarsi nelle mani di chi è bambino e di chi ha bisogno di crescere. A volte basterebbe ricordarsi semplicemente ciò e lasciare che quell’intrattenimento che ci ha fatto sognare da piccoli, sia adesso uno strumento di cui continuare sempre a servirsi, ma da lasciare inevitabilmente nelle mani degli altri.

Senza dimenticare che le prossime mani che plasmeranno il nuovo episodio della saga saranno ancora una volta quelle di J. J. Abrams, e che quindi tutti questi discorsi potrebbero perdere di valenza per ritrovarci dinnanzi ad un ribaltamento totale dell’opera. Magari con Snoke che ritorna in vita e con tutta la storia principale che risulterà essere soltanto il frutto di una visione di Jar Jar Binks.

 

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