Interviste

Intervista a Delia Dattilo per l’uscita del suo primo libro “Relics”

Intervista a Delia Dattilo, per l’uscita del suo primo libro “Relics”, edito da Ferrari Editore. Presente nel maggio 2017 alla trentesima edizione del Salone del libro di Torino.

di Susanna Camoli

Laureata a pieni voti in Iconografia musicale antica presso l’Università degli Studi della Calabria (Stilemi e tecniche pittoriche della ceramica attica e siceliota), in Etnomusicologia presso l’Università degli Studi di Palermo (Anthology of American Folk Music di Harry Everett Smith. Una antologia discografia pionieristica negli anni che precedono il folk revival statunitense), sta terminando il Master in Analisi e Teoria Musicale (Unical, Cosenza; Gruppo di Analisi e Teoria Musicale, Bologna, data di discussione della tesi: giugno 2017; tesi: Voci e suoni dalle casse. Tekno music composition e performance nei free parties illegali). È stata socia dell’Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese, dal 2004 al 2007. Dal 2003 a oggi ha esposto le sue opere d’arte figurativa in Italia (Enna, Palermo, Bergamo, Pisa, Roma, Cosenza) e all’estero (Londra; Raska, Serbia; Barcellona, Spagna; San Paolo, Brasile). Nel 2011 è stata invitata a partecipare in qualità di artista figurativa alla 54a Biennale di Venezia (Padiglione Italia, Palazzo Genoese-Zerbi) a cura di Vittorio Sgarbi e Fernando Miglietta (L’Arte non è cosa nostra, Skira, 2011). Ha esposto in varie collettive di carattere nazionale e in gallerie d’arte italiane, fra cui Monogramma, con sede in via Margutta, partecipando poi con una performance al Premio “Margutta” (2012) presieduto dal regista Gabriele Salvatores. Dal 2012 una sua opera risiede nella collezione permanente del Davis Museum di Barcellona (Spagna) insieme ad altri artisti italiani (Angelo Pretolani, Cesare Berlingeri) e internazionali (Tony Harding, Yoko Ono). Le sue opere sono state curate dai critici d’arte e curatori: Gianfranco Labrosciano, Salvo Ferlito, Francesca Londino e Settimio Ferrari. Dal 2016 è segretario dell’associazione culturale Tecné. Nel 2015 è stata vincitrice di un crowdfunding indetto dall’associazione per la realizzazione della prima edizione della rassegna di arti multimediali Lentine – piccoli rimedi per contrastare l’ansia della contemporaneità, per cui ha partecipato con una installazione plastica e un progetto di soundscape composition dal titolo Biosphere Box. Ha pubblicato Relics, il suo primo libro, con la Ferrari Editore (Rossano, Cs): una monografia fra narrativa e saggistica dedicata alla storia del pensiero e all’archeologia calabrese. Il libro sarà presentato al Padiglione Calabria del Salone del Libro di Torino (19-21 maggio 2017). È autrice di articoli di critica (arte e musica contemporanee), recensioni di contributi scientifici (di carattere musicologico ed antropologico) e saggi sulla storia del territorio calabrese. Ha collaborato con le seguenti riviste di settore: Satura, diretto da Giorgio Bàrberi Squarotti, Genova; 21 arte cultura società, diretto da Salvo Ferlita, Palermo; Calabria Sconosciuta, Reggio Calabria. I suoi principali interessi: archivi storici, musicologia, archeologia, iconografia, letteratura regionale,antropologia, folklore, cultura greca antica e magnogreca, letteratura meridionalista.

 

 

  •  Si è discusso molto nella filosofia Estetica della funzione dell’arte, partendo da Aristotele, il primo a dedicarvi un’opera nella quale afferma che l’arte, presentando l’emozione realizzata in un complesso ordinato di eventi (com’è nella tragedia) o di suoni espressivi (com’è nella musica), distoglie l’uomo dall’oggetto dell’emozione per interessarlo all’emozione in se stessa per poi cadere nel processo catartico, di purificazione e ancora una visione più moderna la troviamo in Nietzsche che riteneva che “l’arte salva e risana, l’esistenza è rappresentata dal sublime, come addomesticamento artistico dell’orrore, e dal comico, come sfogo artistico del disgusto per l’assurdo”. Già nella prefazione del tuo libro, Relics, si può notare un’affinità con le affermazioni su citate: qual è la motivazione che ti ha spinta ad affrontare questo “viaggio”?

Siamo molto distanti dal tempo (anzi, dai tempi) di Aristotele e Nietzsche. Pensare al  senso che gli uomini contemporanei diano oggi all’arte è un pensiero soffocante perché costringerebbe a valutare ciascun artista in ciascun ambito e ricondurre la sua particolarità all’universo della cultura: è un’operazione dell’intelletto molto ardua che non sono assolutamente capace di mettere in atto: per fare questo serve ancora il critico, non tanto perché l’artista sia l’inconsapevole la cui mano compone oggetti e figure a caso – ci sono anche quelli, ma non a quelli mi riferisco e comunque anche quelli non fanno niente per pura casualità, ma perché è un lavoro, quello di riuscire a ben interpretare e comunicare a tutti il senso dell’opera particolare in un contesto linguistico universale. Inoltre, il ruolo di ciò che è detto oggi “artista” non era esattamente quello che si definiva sia al tempo di Aristotele, sia al tempo di Nietzsche. Nel libro, molto semplicemente, tento di ristabilire una connessione fra ciò che era e resta, qui in Calabria, e ciò che si è oggi. Non so quanto le mie parole (è il mio primo libro), ma le immagini, ne sono certa, restituiscono questo mio impegno.

  • Si parla di Estetica del brutto, ci racconti come è cambiato il mondo artistico nel corso degli anni, secondo il tuo punto di vista e la tua esperienza?

«In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore.» Io non so essere così diretta, Battiato è Battiato e io sono soltanto io. Era un dire coraggioso, rivoluzionario e lungimirante il suo e io la rivoluzione, da borghese, la subisco più o meno come la subiscono tutti gli altri borghesi, più o meno consapevoli di esserlo. Però, mi associo a questa sua sintesi. I

l brutto è un fatto. Ciò che è brutto per me è bello e buono per qualcun altro, specialmente oggi nelle nostre false comunità. Il brutto si annida dove non c’è il bello, penso per un agire collettivo – più o meno cosciente. Che come oggi anche ieri il brutto sia motivo di esaltazione non è una novità, né un’aberrazione totale, il problema è come e con chi condividi l’idea di brutto: a che scopo. La storia ce lo dirà, come sempre.

  • Nel tuo viaggio, hai scorto solo “reliquie” del passato della Calabria? Qual è, se c’è, il nodo che lega il passato al presente?

Scorgere solo le “reliquie” non ha alcun senso. A un certo punto senti (o non senti mai, perché non vi sono le condizioni) il bisogno di comprendere l’origine delle cose (belle e brutte). Scorgere unicamente le reliquie senza rintracciare o dar loro il senso di una connessione (che c’è, sempre) col presente non ha alcun significato né porta beneficio, piacere, disagio veri o qualsiasi altra forma di vitalità dello spirito o dell’intelletto. Individuare il collegamento al presente, quello sì, più che uno scopo è il tramite con cui tentare di aggiustare questa vita contemporanea. I linguisti e gli archeologi fanno il lavoro più bello e difficile del mondo. Bisogna chieder loro più spesso quale sia il senso di ripescare “reliquie” e vedere come queste non siano oggetti isolati e fuori contesto, ma il prolungamento e il tessuto stesso dello scorrere del tempo e quindi del tempo delle nostre vite, in quanto umani, speso a parlare della vita stessa.

 

  • La Calabria, un angolo di Paradiso, un’antica terra, cosa resta oggi del glorioso passato?

 

Intanto resta il suo nome. Il punto è capirne il senso. Se lo intendiamo come lo intendevano i greci, oggi in quel Kala possiamo ascoltare l’eco di un principio di bontà. Poi, restano delle cose, degli oggetti, gli insediamenti antichi che sono perlopiù una magnifica astrazione, se si escludono le grandi e più note aree archeologiche. Direi perciò che restano oggetti, senza dubbio – del fare quotidiano, della cultura, quindi manoscritti di musica e trattati, iconografie (nella tridimensionalità di una scultura o in un bassorilievo oppure sulle pitture vascolari, le mie preferite) ed eventi. La Calabria non è meno paradisiaca di altri territori disseminati nel mondo e la terra non è mai “antica”. Anzi, è più antica oggi di quanto non lo fosse ieri, quando era davvero nuova, giovane. Oggi siamo vecchi. Ce lo dimostrano i Bruzi, o in generale gli italici, o gli abitanti dell’Età del Ferro e del Bronzo che io non so nominare e che gli archeologi – fra tutti quelli calabresi, come Francesco A. Cuteri oppure Armando Taliano Grasso e tantissimi altri cui dobbiamo tutto il rispetto e la stima per un lavoro difficilissimo – conoscono e cercano di interpretare per noi. Cosa te ne fai dell’antica idea di paradiso se la nuova idea non trova corrispondenza? È difficile soffermarsi sulle cose che ho elencato, poiché gran parte della vita che conduciamo ci sta allontanando tragicamente da questo tipo di educazione.

 

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