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“Sono tornate le Corajisime” Le bambole di pezza segnatempo del periodo quaresimale dalle origini remote

Sono tornate le Corajisime

Le bambole di pezza segnatempo del periodo quaresimale dalle origini remote

 di Andrea Bressi 

Sono tornate a penzolare, come ogni anno, fuori dalle abitazioni, alle finestre e sulle porte, appese ai balconi, sospese ad un filo teso da una casa all’altra dei vicoli, con i loro arrangiati lunghi abitini di stoffa nera, le faccine pallide allungate,  con un fazzoletto scuro in testa e quegli occhietti che,  se pur solo accennati con un po’ di filo, sembrano aver vita e scrutare guardinghi i mutamenti del paese e del fare della gente.

Sono le corajisime, rudimentali pupattole di pezza, dalle origini remote, che fanno la loro comparsa il Mercoledì delle ceneri, dopo che, il giorno precedente, Martedì Grasso, in molti paesi si è inscenata, tra pianto e risa, la morte di Re Carnevale.  Sì, perché le corajisime rappresentano la Quaresima (nell’immaginario popolare moglie di Re Carnevale), cioè la fine dei festeggiamenti e delle abbuffate di maccheroni al sugo di carne, frittate e polpette.

Esporre queste simboliche bambole rituali era un modo per dichiarare la propria adesione alle restrizioni alimentari del periodo quaresimale e per rammentarlo,  quotidianamente, anche ai passanti.   Le corajisime, molto spesso sono addobbate con collane di fichi secchi, uvetta, castagne, sardine, aringhe, code di baccalà per ammonire che durante la quaresima era imperativo consumare prevalentemente verdure, legumi, frutta secca e pesce e altri cibi di magra.

Le rudimentali  pupattole reggono nella mano sinistra la conocchia e nella destra il fuso, uniti da filo che simboleggia lo scandire dei quaranta giorni di penitenza e purificazione,  di una condotta sobria e improntata alla temperanza generale, perfino a una certa astinenza sessuale, osservata, un tempo, dall’intera comunità con un certo rigore moralistico.

Le comunità contadine preindustriali utilizzavano le bambole Quaresima come calendario di preparazione alla Pasqua. Le corajisime scandivano il trascorrere del lungo digiuno quaresimale mediante sette penne di gallina conficcate a raggiera in una arancia,  in un limone, in una patata  (più raramente una pannocchia), a seconda dei paesi,  posta sulla testa o sotto i piedi delle pupe. Ogni domenica che avanzava, con gran sollievo si sfilava una penna; l’ultima, che designava la conclusione del digiuno quaresimale, era solitamente bianca, o comunque di colore differente e veniva sfilata la sera del Sabato Santo, quando le campane ritornavano a rintoccare e suonavano a festa annunciando la Resurrezione di Cristo.

Per chi volesse imbattersi in questi fantocci, in Calabria,  può avventurarsi, in questi giorni, nei borghi di Amaroni e Girifalco, ma anche a Satriano,  Davoli, Badolato e  Guardavalle. Si possono avvistare colorate e originali “kreshme” a San Martino di Finita e nel vicino quartiere Babilonia di Rotagreca, ma anche  rudimentali fantocci dagli abitini neri a Lungro  e Santa Sofia D’Epiro.

La tradizione si perpetua inoltre in molti altri centri del Sud Italia: in Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia.

 

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