Cinema e Cult In Evidenza

La Forza non ha più bisogno di risvegliarsi: Infinity War spodesta Star Wars dal trono di film generazionale

La Forza non ha più bisogno di risvegliarsi: Infinity War spodesta Star Wars dal trono di film generazionale

 di Bruno Manfredi

 

Sono passati dieci anni da quando nelle sale cinematografiche di tutto il mondo è apparso il primo film del famigerato Marvel Cinematic Universe: Iron Man.

Un progetto che è partito dal nulla e che non si è prestato apparentemente a nessun tipo di scombussolamento strutturale, almeno non così come il pubblico era abituato a vedere.

In quello stesso anno, paradossalmente, il connubio tra Cinema e narrativa a fumetti aveva raggiunto l’apice dell’autorialità di genere, presentando quel film che tuttora è considerato da molti il punto più alto mai raggiunto dal cinema di intrattenimento a stampo supereroistico: Il Cavaliere oscuro, di Christopher Nolan.

Iron Man, invece, rifugiava da qualsiasi tipo di celebrazione tecnica o sconvolgimento emotivo e introspettivo. Un film che, prima di qualsiasi altro, spostava l’asticella della rappresentazione estetica e antologica non più su un percorso a ostacoli verticale, bensì su una vasta e sconfinata distesa orizzontale. Se ne Il Cavaliere oscuro si percepiva forte la presenza di un Batman che fagocitava narrativamente il suo alter ego Bruce Wayne, qui in Iron Man avviene l’esatto opposto: Tony Stark – o meglio Robert Downey Jr – riempie la scena più di Iron Man, ovvero più del suo corrispettivo maggiormente potente, forte, sicuro e, inevitabilmente, più distante dallo spettatore.

Questa connotazione popolare del personaggio – a discapito magari di un approfondimento dei propri territori d’indagine – non ha fatto altro che rendere più sottile quell’invisibile linea che divide l’empatia dello spettatore dal suo feticcio rappresentato su schermo.

Il segreto del lavoro dei Marvel Studios si può riassumere proprio in questo concetto. Dopo Iron Man faremo la conoscenza dei vari Thor, Capitan America, Guardiani della galassia, Spiderman, Doctor Strange, Black Panther. Tutti film che consolidano quella visione dell’eroe della classe identitaria borghese, a cui non può interessare minimamente l’idea di prendere in considerazione lo statuto originario del protagonista di turno. Non fa differenza che di fronte ci sia un semi-dio, uno scienziato, un emarginato o un magnate dell’industria. Gli stilemi dettati dalla casa madre sono ormai chiari: i personaggi, anche laddove privati dei loro benefici iniziali, dovranno sempre essere in condizione di rimettersi in gioco, di sfidare se stessi e diventare parte integrante del tessuto sociale.

La summa di questi titoli ha poi trovato ciclicamente forma in quei crossover cinematografici –  dall’evidente utilità catartica – chiamati: The Avengers.

In queste particolari pellicole tutti i supereroi si troveranno generalmente riuniti per fronteggiare una minaccia comune, un pericolo rappresentato da individualità aliene ma dal raziocinio completamente umano. Insomma, nulla che lasci presagire a un miracolo di emancipazione totale dal modello di voluntas occidentale. Almeno non adesso.

Nonostante ciò, i piccoli sassolini della rivoluzione iconoclastica sono stati ormai lanciati. Queste opere dalla produzione mastodontica iniziano lentamente a dialogare con il metodo di approccio visivo dello spettatore, distillando tematiche – ma non dimenticando mai il contesto urbano da cui fanno provenienza –  che affrontano annose questioni come la crescita, il fallimento, lo scontro, la riconciliazione, la condivisione, e che risulteranno fondamentali per ricamare quei comportamenti nel cui habitus antropologico troverà dimora ogni singolo personaggio, all’ingresso di quello che per il pubblico americano rappresenta il pantheon narrativo per eccellenza: l’epica degli eroi.

Non importa che sopra un cavallo, nel più solitario dei sentieri, ci sia John Wayne o Chris Hemsworth. Il passionale e vigoroso pubblico a stelle strisce pretende- come giusto che sia – un supra e un prius religioso – ai limiti della liturgia – con cui poter placare i propri tumulti coscienziali. Per questo motivo dei personaggi dai tratti spiccatamente borghesi, indirizzati più a intrattenere e trainare attivamente il pubblico con una morale ambivalente piuttosto che sedurlo e sterilizzarlo con un’etica fuori scala, hanno raggiunto il successo che ogni prodotto della cinematografia main stream merita di ottenere.

Se finora avevamo assistito a una rivoluzione classicista operata dai Marvel Studios, adesso – con Avengers: Infinity War – tutto questo meccanismo viene completamente ribaltato. Quello che per dieci anni era sembrato accogliente e famigliare di punto in bianco si è tramutato in un ambiente quasi ostile, con un excursus narrativo che prende di forza e trascina lo spettatore a confrontarsi con qualcosa di diverso, qualcosa di altro.

Non assistiamo a spiegazioni iniziali, non viene introdotta nessuna storia, ma lo spettatore è costretto ad accettare immediatamente una messa in scena diretta e continuativa.

Con il passare dei minuti piano piano ci si rende conto che quei protagonisti – che durante gli anni avevamo imparato a conoscere bene, protetti da una sceneggiatura conservatrice nei loro confronti –  iniziano ad apparire sempre più piccoli e lontani.

Il buio della sala cinematografica non fa altro che enfatizzare il perturbante e magnetico processo che porta lo spettatore ad allontanarsi sempre di più dalla centralità dei personaggi principali, per ritrovarsi, quasi senza rendersene conto, dentro il focus di quello che a tutti gli effetti è il punto gravitazionale di tutto il film: Thanos.

Dopo un’intera decade trascorsa soprattutto con l’intenzione di far assimilare nel modo più semplice possibile l’idea secondo cui l’eroe non può essere oscurato dall’antagonista, i fratelli Russo sfoderano il proverbiale colpo da KO: non solo l’attenzione della narrativa è interamente spostata su Thanos, ma anche il comparto emotivo è completamente localizzato su di esso, in un percorso di empatia a ostacoli che riesce egregiamente a ridimensionare sullo stesso livello l’antagonista con gli eroi principali e secondari.

Il personaggio interpretato da Josh Brolin si muove lungo una serie di sfaccettature che si prestano deliziosamente a una lettura psicologica su più livelli, partendo da un singolare avvenimento storico che da lì in poi si tramuterà in uno squarcio esistenziale simile a un buco nero che lentamente (e inesorabilmente) attira intorno a se tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato le scelte dei vari eroi.

Ma l’audacia dei Marvel Studios non si è fermata qui, difatti Thanos è solo il grande e ingombrante – sia fisicamente che narrativamente – specchio su cui far riflettere i concetti di ossessione e fallimento generazionale, che investono in una discontinuità spazio-temporale tutti i personaggi del film. Ognuno di loro è chiamato a fare un sacrificio, a mettere in gioco qualcosa che probabilmente perderà. E’ una metafora, un simbolico gioco d’azzardo metafisico che lancia la sfida a tutti quanti, nessuno escluso, dai protagonisti, al pubblico in sala, fino a passare ai produttori stessi del film.

Avengers: Infinity War compatta ancora una volta su di se quella distribuzione orizzontale che negli anni ha permesso a tutto il progetto di creare empatia con il pubblico, di riconoscersi con e in esso. Da ora in avanti guardare al Marvel Cinematc Universe sarà – nel bene e nel male – come assistere a una vicenda famigliare allargata, distribuita su scala planetaria. Proprio com’era accaduto decenni e decenni fa con l’opera generazionale per antonomasia: Star Wars.

Se, nel 1977, l’impatto di Guerre Stellari fu una deflagrazione che operò immediatamente e penetrò dentro l’animo del grande pubblico, il Marvel Cinematic Universe per anni ha proceduto, invece, muovendosi lungo singoli segmenti esplicativi. Un accumulo continuativo di istanze iconografiche che ha raggiunto l’ebbrezza finale grazie al coraggio dimostrato da Infinity War.

L’ironia della sorte ha inoltre voluto che lo stesso Star Wars – incarnato dalle sue due recenti apparizioni – fallisse nel tentativo di imporsi nuovamente come opera di riferimento per il grande pubblico. Il risveglio della forza e, soprattutto, The last jedi hanno anche saputo rimodellarsi e presentare tematiche dal forte (e indubbiamente affascinante) contrasto sociale – che difatti li ha tramutati in portentosi successi commerciali – ma sono state opere, soprattutto The last jedi, perennemente poste sotto una continua e lacerante spada di Damocle, che ne ha convogliato la pesantezza di un retaggio, che nel corso degli anni quel pubblico squisitamente nostalgico ha dimostrato di non poter superare.

Il Marvel Cinematic Universe, sublimato dalla presenza di Infinity War, è riuscito nella titanica impresa di cogliere tutti gli umori di questa generazione e di chi con essa ne fa parte anche in modo derivato. La mitologia presentata da questi film è riuscita a sperimentare un linguaggio espressivo idealizzato nelle figure di personaggi decisi a tentare un cambiamento della propria vita, ansiosi di confrontarsi con le aspettative altrui, afflitti da incomprensibili – almeno inizialmente – attacchi di panico o semplicemente alienati da un mondo che non riescono a riconoscere come proprio ethos.

Tutto questo comparto lavorativo che i Marvel Studios hanno mostrato nel corso degli anni è il risultato di una progettazione che ha ulteriormente sottolineato l’importanza capitale che ha il cinema d’intrattenimento per tutta l’industria, evidenziando anche come sia possibile intraprendere rivoluzioni estetiche e concettuali anche nei piani più alti del settore cinematografico, laddove l’aria dell’autonomia artistica è sempre più rarefatta.

La crescita esponenziale – seppur non sempre lineare – del cine-fumetto di stampo americano ha dimostrato la possibilità di potere (e volere) affrontare di petto questioni che ancora oggi, nella distribuzione generale dei blockbuster movie e non solo, non sempre vengono collocate nel principium individuationis più idoneo.

Basti pensare al modo con cui è stata rappresentata e trattata una tematica come quella della tecnica. Un elemento narrativo e strutturale che spesso nelle grandi pellicole cinematografiche risulta acciecata dal bagliore di una luce morale, impegnata prima di tutto ad attribuirle diramazioni etiche più che indagarla come oggetto imprescindibile della realtà.

Cosa che invece non accade, ad esempio, in Avengers: Age of Ultron, dove la tecnica viene mostrata come completamente priva di qualsiasi indirizzo qualitativo ingannevole. La tecnologia – e la produttività tecnica – appaiono come connaturate direttamente all’agire collettivo umano. La ricerca scientifica arriva a creare Ultron, un flagello per l’umanità. Ma la stessa tecnica agisce in modo tale che possa nascere anche Visione, l’elemento che porrà fine all’esistenza di Ultron. A dimostrazione che i problemi creati dalla tecnica vengono risolti dalla tecnica stessa.

Se non bastasse questa visione emancipata della ricerca scientifica, ci viene incontro anche un altro paradigma che ha sancito il successo commerciale del Marvel Cinematic Universe: la conoscenza e il sapere non più elitari, ma resi accessibili a tutti quanti.

Per spiegare meglio questa simbologia dobbiamo ricorrere ancora una volta al Batman cinematografico ideato da Christopher Nolan, ma questa volta all’ultimo capitolo della trilogia: Il ritorno del cavaliere oscuro.

In tutti i film del regista britannico, Batman ha permesso la conoscenza della propria identità soltanto a una cerchia molto ristretta di persone. Ponendo sotto la lente d’ingrandimento il finale del film, si può notare come Bruce Wayne decida di liberarsi della sua maschera oscura, mostrandosi così finalmente al mondo. Ma il disvelamento della sua identità (metafora sulla distribuzione del sapere gerarchico, che affonda le sue radici già nella dottrina filosofica-religiosa dell’Ermetismo) avviene ancora un volta in modo selettivo, elitario. L’unica persona a conoscere Bruce Wayne è adesso Selyna Kyle (Catwoman), ovvero un altro soggetto del suo stesso recinto sociale.

Da questo punto di vista la rivoluzione in casa Marvel viene effettuata fin da subito con il primo film del proprio universo cinematografico. Difatti durante l’epilogo di Iron Man assistiamo alla sequenza finale che – pur non avendo lo stesso impatto emotivo – conficca la bandiera della storicizzazione per un punto di non ritorno.

Una semplice frase pronunciata da Robert Downey Jr che per importanza costitutiva del medium, va a ereditare il fardello lasciato dalla leggendaria «Io sono tuo padre», che sconvolse il mondo durante L’Impero colpisce ancora.

«Io sono Iron Man» – pronunciata davanti al pubblico fittizio del film e a quello reale della sala – è la frase che sancisce la nascita non solo di un progetto cinematografico, ma anche di un ideale sociologico. La simbologia del sapere elitario – evidenziato prima con l’esempio de Il ritorno del cavaliere oscuro – qui viene completamente spazzata via da Tony Stark che pone la discussione immediatamente su un livello orizzontale, quello che accoglie lo spettatore in una disputa narrativa priva di risvolti impopolari.

Riconoscimento generazionale, epica degli eroi, rappresentazione estetica multidirezionale, immediatezza del linguaggio. Tutti questi elementi, e molti altri, hanno permesso di riplasmare e riadattare, secondo le esigenze attuali, quella cultura pop in un granitico blocco identitario, ricalcando – sempre in modo trasfigurato – quel bisogno di fare esperienze sociali collettive che non si percepiva dai tempi di Guerre Stellari.

Per questo motivo non serve più sfoderare una spada laser o parlare di galassie lontane lontane. Non perché Star Wars abbia esaurito la propria struttura narrativa o funzione di ostetrica per le nuove generazioni. Anzi, The last jedi ha intrapreso un cammino deciso verso chi la Forza o il Lato oscuro non li ha mai conosciuti finora. Un’operazione del genere, però, non si presta più – come in passato – a un lavoro di riconciliazione tra vecchio e nuovo.

Questo compito di tesi, antitesi e sintesi è adesso affidato al Marvel Cinematic Universe. Con Avengers Infinity War non hanno avuto paura di effettuare la più grande scommessa nell’ambito del cinema di massa moderno, rivolgendosi nel modo più onesto possibile al pubblico in sala (e non solo a loro) a cui adesso è affidata quella delicata scelta di riporre una fiducia che – per citare il celeberrimo John Locke, non il filosofo – richiede null’altro se non un semplice atto di fede.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *