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Se Dumbo era una storia così importante e intoccabile, chi se non Tim Burton poteva metterci mano?

Da qualche giorno è uscita nelle sale cinematografiche la rivisitazione del celebre cartone animato del ’41 Dumbo, uno di una serie di film d’ animazione che la Disney ci sta riproponendo. In questo caso però, la pellicola è stata affidata ad uno dei registi più sensibili e fantasiosi che esistano: Tim Burton.

di Susanna Camoli

Mi sono meravigliata delle tante critiche che hanno sia preceduto sia seguito l’ uscita del film, sarà che sono di parte, ma talvolta la critica improvvisata danneggia solo se stessa precludendo la possibilità di intraprendere invece, un bel viaggio nel mondo di questo regista, capace come nessuno di farci tornare bambini, di farci provare emozioni visive che si trasformano in vere e proprie esperienze interiori. Certamente chi conosce Tim Burton è abituato al “dark”, ai mostri e a personaggi bizzarri e fuori dagli schemi, che in genere ci racconta con una semplicità disarmante anche se visivamente eccessivi (nel senso buono del termine). La storia di Dumbo è una storia semplice, senza pretese, arricchita da quel mondo interiore di un’ anima sensibile, che come spesso accade con queste, non sempre viene recepita nel modo giusto.

Nel film d’ animazione del ’41, ci troviamo davanti ad una storia breve che racconta di un elefantino nato con le orecchie troppo grandi, emarginato per questo, ma il piccolo impara a volare dando valore alla sua diversità. La parte iniziale del film di Burton ci racconta la stessa storia inserendo di fianco ad essa le vicende di una famiglia e di una comunità circense. Rispetto al primo film è proprio l’elemento umano a creare una novità.

Trama

Max Medici, interpretato da Danny De Vito è il proprietario di un circo in crisi, ha venduto i cavalli della famiglia Ferrier per comprare mamma Jumbo, un’ elefantessa che sta per avere un bebè. Alla nascita del piccolo elefante, Medici rimane sconvolto non capendo come possa usare quel “mostro”. A prendersene cura saranno Milly e Joe, filgi di Holt (Colin Farrell), che è appena tornato dalla guerra senza un braccio e non riesce ad esprimere a pieno i suoi sentimenti verso i figli che hanno perso la madre. Sarà Milly in primo luogo ad occuparsi del piccolo Jumbo in seguito ribattezzato Dumbo, creando un forte legame dettato anche dalla stessa situazione di perdita della madre. Dumbo impara a volare, sfruttando così la sua diversità, e da qui inizia una nuova vita per tutti, fatta di dolori e perdite ma anche gioie e conquiste.

Chi dice che non sia un film di Tim Burton? Che non si riconosce il suo tocco?

Il tocco magico del regista l’ ho ritrovato dalla prima scena fino all’ ultima. Nel cast sono presenti due grandiosi attori che hanno già lavorato per Burton, Michael Keaton e Danny De Vito che circa venti anni dopo si ritrovano sullo stesso set (rispettivamente Batman e Pinguino), e la new entry, ormai al terzo film col regista, Eva Green adattata perfettamente al mondo burtoniano. Vero è che Tim Burton esce da un periodo particolare, dopo tre anni di lavoro però è tornato in grande stile e si nota dalla cura dei particolari della pellicola: spettacolari i colori, che passano dai pastello accesi, quasi irreali, a grigi e scuri coi quali gioca per indurre lo spettatore a capire lo stato d’ animo generale che si crea nelle scene (Big Fish, La sposa cadavere, Edward mani di forbice), scene dettagliate, particolari ben curati, giochi di luci e ombre in pieno stile burtoniano come i costumi. Il piccolo elefantino, disegnato anche da Burton, è di una dolcezza infinita, coi suoi occhioni blu evidenziati sia quando piange sia quando in qualche modo sorride, come nella bellissima scena dello spettacolo di bolle di sapone dove la creatura è di una tenerezza assoluta.

Dumbo, come ha affermato lo stesso regista, è “un o strano” e dalla sua stranezza riesce a ricavarne un tesoro per diventare unico e raggiungere i suoi obiettivi, che a me piace chiamare sogni. Sogni, perché finalmente Tim Burton è tornato a farci sognare, a farci tornare bambini, se si riesce ad assorbire per bene il messaggio e anche la visione di tutte le immagini presenti, per 112 minuti ci si scorda di essere adulti e ci si vorrebbe aggrappare a Dumbo, quell’ adorabile creatura, fragile ma anche tanto forte per volare con lui lontano da un mondo buio che ci vuole tutti uguali e “normali”. A cullarci in questa storia delicata è sicuramente la splendida colonna sonora di Danny Elfman, fedele compositore del regista, che però negli ultimi anni ha fatto sentire la sua mancanza prepotentemente. Cucendo le musiche su ogni personaggio e su ogni situazione riesce a suscitare, come sempre, forti emozioni che diventano catartiche come nelle migliori tragedie greche. A parte le lacrime non mancano i momenti di alleggerimento della trama, come le molteplici battute di Max Medici e Vandemere (M.Keaton), quindi niente piagnistei ma solo semplici e forti emozioni, come è il piccolo Dumbo.

Ben vengano anche le non tanto velate critiche che Burton inserisce nel film, quella probabile alla stessa Disney (che chi conosce la sua storia non potrà che apprezzare), sia quelle animaliste, perché oggi sono tutti a favore degli animali ma quando qualcuno ce le mostra apertamente viene massacrato dall’ opinione pubblica (gli stessi che si battono per il “no animali al circo”). Oggi la critica è troppo facile e troppo spesso contraddittoria, ma bisognerebbe solo imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi senza lasciarsi confondere troppo dall’ inutile.

Se Dumbo era una storia così importante e intoccabile, chi se non Tim Burton poteva metterci mano?

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