Interviste

Qualche domanda a Mario Cottarelli per il suo primo libro “PARLIAMO DI PAROLACCE SENZA DIRE PAROLACCE”

 

Qualche domanda a Mario Cottarelli per il suo primo libro “PARLIAMO DI PAROLACCE SENZA DIRE PAROLACCE”, edito da Pascal editrice (Siena)- Dalla musica alla letteratura.

di Susanna Camoli

Biografia

Mario Cottarelli, nato a Cremona nel 1956, si è laureato in Scienze Biologiche all’università di Pavia nel 1982. Dal 1983 ha lavorato al quotidiano cremonese La Provincia, dove ha esercitato soprattutto la mansione di correttore di bozze e successivamente ha svolto il compito di archivista e impiegato. Parallelamente si è dedicato alla musica, essendo pluristrumentista e compositore: negli anni 80 –periodo in cui ha avuto collaborazioni con Claudio Simonetti e Ivana Spagna – alcune sue canzoni di genere dance sono state pubblicate, oltre che in Italia, in vari Paesi europei (tra cui Germania, Francia, Gran Bretagna) e in seguito si sono fatte conoscere nell’America latina. A partire dagli anni 90 ha composto molti brani per orchestre da ballo e infine ha inciso da protagonista (nel 2007 e 2011) due Cd di genere progressive-rock, che gli hanno procurato la menzione nel libro “Rock progressivo italiano 1980-2013” di Massimo Salari (ed. Arcana). Vive attualmente a Brescia. Con “Parliamo di parolacce senza dire parolacce” è alla sua prima esperienza letteraria.

Come nasce –Parliamo di parolacce senza dire parolacce?

  Il turpiloquio è un argomento sul quale, fin da ragazzo, mi sono sempre posto delle domande. Trovavo che non fosse normale tutto questo dilagare di parolacce e ritenevo che tutto ciò in qualche modo fosse a noi nocivo, ma per molti anni non sono riuscito a darmi delle risposte precise, a trovare delle motivazioni significative che possano indurre a opporsi al fenomeno. All’alba del terzo millennio iniziai a formulare delle idee che mi sembrarono convincenti e cominciai a documentarmi, a leggere libri sull’argomento per capire se queste mie idee fossero qualcosa di nuovo: mi resi conto che effettivamente il mio punto di vista sul turpiloquio conteneva aspetti inediti e che comunque il mio pensiero non era incompatibile con le affermazioni di alcuni studiosi. Ritenni quindi necessario scrivere un libro per esternare la mia posizione. Sono passati però diversi anni prima che mi decidessi a farlo: la mia creatività l’avevo sempre indirizzata verso la musica; realizzare un libro era per me qualcosa di nuovo. Finalmente iniziai a scriverlo verso la fine del 2015 e ci misi un anno per completarlo. Lo scritto è uscito solo a fine maggio del 2018 dopo un lungo periodo in cui ho “setacciato” le numerose case editrici per scegliere quella che facesse al caso mio.

  • Abbiamo letto delle sue accurate ricerche sul parlato per la stesura del suo libo: “Parliamo di parolacce senza dire parolacce”, volte ad evidenziare un linguaggio (sia parlato ma anche visivo) sempre più scurrile, che ormai fa parte della quotidianità, dal Cinema, ma anche nei libri e ovviamente con la diffusione dei social media è cambiato sia il modo di esporsi che l’ atteggiamento. Ha trovato qualche movente socio-antropologico nelle sue ricerche?

    L’uso del turpiloquio è basato su concezioni negative di aspetti importanti della nostra vita. Questo fatto è evidente soprattutto per quanto riguarda le parolacce di tipo sessuale: la repressione sessuale che abbiamo subito per secoli ha fatto sì che dentro di noi si generasse una visione distorta della sessualità e contemporaneamente, fin dal Medioevo, ha determinato la coniazione di vocaboli aggressivi, spigolosi per descrivere il sesso, in particolare gli organi genitali. Nella nostra epoca il dilagare di queste ed altre parolacce è stato poi stimolato dai mass media, che hanno funzionato in maniera analoga a un catalizzatore di una reazione chimica: a cavallo tra la fine anni 60 e l’inizio anni 70 gli sceneggiatori cinematografici hanno iniziato a introdurre nei copioni le parolacce, per essere più aderenti alla realtà; il pubblico si è sentito di conseguenza più autorizzato a esprimersi in modo scurrile; il cinema ha preso atto di tale aumento di scurrilità della gente e ha rincarato la dose. Si è creata così una sorta di corto circuito che ha fatto lievitare, successivamente anche tramite la televisione e la letteratura (che già da prima aveva osato), l’uso del turpiloquio.

  • Si legge: “combattere il linguaggio triviale può addirittura rivelarsi avanguardistico”, quali possono essere i mezzi per tornare alla “poeticità”, per recuperare un linguaggio “bello e pulito”, che effettivamente oggi sarebbe una novità? –

   Spiego innanzitutto in che senso “combattere il linguaggio triviale può addirittura rivelarsi avanguardistico”: chiamare gli organi genitali con termini aggressivi, spigolosi, o gli atti sessuali con espressioni inappropriate, non fa altro che confermare nel nostro inconscio quella visione distorta, negativa della sessualità a cui ho fatto cenno. In questo modo il sesso non viene vissuto come un fatto naturale, ma in modo nevrotico, ansioso, cosa che favorisce problematiche come l’ansia da prestazione per gli uomini, la difficoltà a raggiungere l’orgasmo da parte delle donne; anche i giovani vivono spesso la sessualità in modo alterato, come una gara, tanto da fare uso di Viagra in un’età in cui non dovrebbe proprio essere necessario. Liberarci dall’uso delle parolacce sarebbe perciò un atteggiamento avanguardistico in quanto indispensabile per portare a termine quella rivoluzione sessuale che, esplosa nel ’68, ha portato sì all’abbattimento di alcuni tabù sessuali, ma ci ha lasciati però in una condizione ibrida, in cui il sesso ancora non è vissuto nella maniera più serena e naturale possibile, quindi in modo meno appagante di come potrebbe essere.Recuperare un linguaggio pulito non è impresa semplice, al punto in cui siamo. Bisognerebbe creare una coscienza collettiva nella quale il turpiloquio venga considerato come una forma di inquinamento del linguaggio e, come tale, oggetto da eliminare, anche perché ascoltare parolacce ogni giorno ci immerge in un’atmosfera di aggressività che ostacola la nostra serenità. Volendo vedere in maniera molto sintetica l’azione che dovremmo attuare per liberarci della trivialità verbale, l’imperativo sarebbe semplicemente: chiamare le cose con il loro nome. Agli accaniti fruitori del turpiloquio consiglio, per incominciare, di non usare almeno le parolacce a freddo, come spesso succede.

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