Società

 “Giochiamo a chi è il più forte? Bullismo e prospettiva interazionista

Analisi della dott.ssa Adele Brogno, ricercatrice Krysopea Institute

“Giochiamo a chi è il più forte? Bullismo e prospettiva interazionista

Troppo spesso ci troviamo a vivere la nostra esistenza incastonati in uno specchio senza mai soffermarci a scrutare qualcosa che ci lasci intravedere l’altra immagine di noi: quella più empatica. Tale stato di apatia non può che indurci ad un atteggiamento disinteressato verso il mondo circostante e di conseguenza renderci indifferenti dinanzi a forme di comportamento sociale piuttosto violente sia fisicamente che verbalmente e con l’avvento della comunicazione digitale, finanche virtualmente. È il caso di un fenomeno sociale piuttosto dibattuto: il “bullismo” (in letteratura “bullying”).

Problema che ha sicuramente una genesi passata, poi divenuto oggetto di studio, anche a causa degli innumerevoli episodi di violenza giornalieri.

Ci troviamo così ad assistere, spesso anche inconsapevolmente, a due diverse forme di bullismo: il primo diretto ad azioni offensive, che siano esse fisiche o verbali, verso la vittima; il secondo, indiretto, tattica pertinente soprattutto al sesso femminile, che prevede l’isolamento sociale e con esso l’esclusione dal gruppo della vittima prescelta.

Ma come riconoscere tale fenomeno?

Come già testimoniato dal noto ricercatore svedese-norvegese D. Olweus, “il punto di partenza per combattere il fenomeno del bullismo è la sua piena conoscenza”.

È individuando le particolari caratteristiche comportamentali che sarà così possibile rinvenire le cause scatenanti.

Le ricerche finora condotte hanno visto interpreti del fenomeno due protagonisti: il bullo e la vittima, entrambi con un trascorso sicuramente sofferto.

Il profilo del bullo è delineato da manifestazioni eccitate o violente verso l’altro, per il quale intendiamo, sì il “tipo ideale di vittima” (come la definisce il sociologo M. Weber), ma anche la vasta rete di agenzie educative a cui si oppone. Laddove contesti formativi come la famiglia o la scuola si dimostrano insensibili o incapaci di agire verso i modi di opporsi dei bambini/ragazzi, il rischio è quello di generare col tempo dei “caratteri devianti” con “comportamenti di violazione sistematica e consapevole di norme e aspettative sociali”.

Discordante è il profilo della vittima passiva, provocatrice e collusa: la prima perennemente insicura, da chiudersi in se stessa; la seconda pronta ad agire con reazioni irritate o violente pur di mascherare il suo stato trepidante e l’ultima soggetta alle provocazioni del bullo, allo scopo di non essere esclusa dal gruppo.

In entrambi i profili della personalità del bullo e della vittima abbiamo reazioni avverse che si manifestano con meccanismi di difesa come: dolore localizzato allo stomaco, alla testa, sindrome ansiosa, reazioni di pianto ecc.

I comportamenti messi in evidenza, sembrano però il più delle volte essere confusi con i normali conflitti fra coetanei; questo perché si tende troppo spesso a sottovalutare le “forme di aggressività e violenza fisica” con cui gli atti di bullismo si manifestano, causa forse anche la presunta conoscenza del fenomeno.

L’intenzione di procurare dolore all’altro, l’accentuata forza con cui si protraggono le prepotenze, la sopraffazione del bullo, la sottomissione della vittima e il mancato sostegno, le conseguenze che si riverberano sul processo soggettivo e duraturo di quest’ultima, sono i fattori che contraddistinguono maggiormente il bullismo da un normale conflitto (saper chiedere scusa, essere in disaccordo spiegandone le ragioni, negoziare ecc.).

Entra così in gioco il concetto sociologico della “devianza” frequentemente propagandata dai mass-media, senza alcuna condanna motivata da un giudizio morale soggettivo, ma piuttosto preferita come soluzione al dialogo. Mancanza di confronto, condizione di isolamento, ambiente di vita sfavorevole e perché no, anche un complesso di inferiorità insieme ad altri sentimenti caratteriali, spingono i giovani verso condotte reattive e compensatorie: quello che per lo psichiatra A. Adler si tramuta nello “sforzo di valere”.

Anche il “gruppo” è protagonista, per quanto secondario, del fenomeno in esame, poiché favorisce la crescita di comportamenti devianti, ricoprendo il ruolo di chi legittima tali atti, che un adolescente difficilmente porterebbe in scena da solo.

Famiglia e scuola vengono invece tagliate fuori dallo scenario o perché estranei alle vicende dei figli/allievi -a volte è la stessa vittima a volerli tenere all’oscuro- o perché indifferenti.

La rete di agenzie educative è invece fondamentale nell’assicurare una corretta educazione e quindi un patto di stabilità e di crescita di bambini e ragazzi, necessaria alla prevenzione/individuazione di episodi di bullismo.

Entra così in gioco la “disfunzionalità di attaccamento” a cui gli studiosi J. Bowbly e D. Winnicott ricollegano i comportamenti antisociali, secondo cui “nel corso delle esperienze ripetute con le figure di attaccamento i bambini si costruiscono immagini mentali delle interazioni sociali, che funzioneranno da guida delle future relazioni adulte”.

A tale riguardo, c’è da dire che si sottovaluta spesso la funzione svolta dai genitori. Può sembrarci difforme dal consueto ma anche i familiari possono esercitare sui figli atti di sopraffazione, ad esempio adottando comportamenti di prepotenza in modo ripetuto e continuato (punizioni fisiche, la non curanza del figlio perché presi da altre cose, il suo mancato apprezzamento ecc.) o sul lato esattamente opposto, comportamenti iperprotettivi, generando nel figlio un senso di inadeguatezza nel relazionarsi con gli altri, complice anche la sua bassa autostima, e di conseguenza più incline ad atti di bullismo altrui.

Per queste diverse ragioni occorre che venga messo in atto dalle famiglie un modello educativo efficace cioè basato sulla fiducia, sulla confidenza, perciò su un discreto controllo, “e sull’offerta di un aiuto costante ma moderato”, senza abbassare nel figlio il senso di autostima.

Ma quello che più provoca turbamento è che talvolta il bullo, agisce per noia o semplicemente per divertimento; causa anche meccanismi di disimpegno morale, attraverso cui l’individuo, pur avendo acquisito principi morali, “disattiva parzialmente o totalmente il controllo morale”, assumendo comportamenti disumani senza alcun rimpianto, divenendo, per il gruppo dei pari, quasi un modello da prendere ad esempio. Da qui l’emergere di diverse tipologie di bullismo come i frequenti casi di sexual harassment, il fenomeno delle baby gang ecc.

Se dunque, bullismo e disimpegno morale, sono correlati, il bullo, nel compiere atti intimidatori, può veramente provare così tanto piacere? O la connotazione negativa di cui gode nel tempo, genera in lui solo una “sorta di tautologia”? E il clima familiare?

Quanto possono quindi influire tutti questi fattori sull’evoluzione del fenomeno?

Sono questi gli interrogativi che bisogna continuamente porsi affinché, analizzando l’entità degli episodi di bullismo, si riescano ad ottenere risposte sempre più consistenti.

Scopo di questa analisi è quindi quello di assegnare al fenomeno un inquadramento generale, delineando quella che potrebbe già essere la sua crescita nel corso del tempo successivo al presente.

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