17 febbraio 1600: L’uomo che osò pensare l’infinito

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Forse il vero omaggio a Giordano Bruno non è deporre una corona ai piedi della sua statua, ma sarebbe avere il coraggio, nel nostro piccolo, di pensare fino in fondo, di tornare ad avere questa capacità propria dell’ uomo, anche quando è scomodo, soprattutto quando lo è, a costo di tutto, perché l’infinito di cui parlava non è solo là fuori, tra le stelle: È nello spazio, fragile e prezioso, della libertà umana.

17 febbraio 1600: L’uomo che osò pensare l’infinito

di Susanna Camoli

Il 17 febbraio 1600, in Campo de’ Fiori a Roma, Giordano Bruno venne arso vivo dall’Inquisizione romana. La sua morte segnò uno degli episodi più drammatici del conflitto tra libertà di pensiero e autorità religiosa nella prima età moderna. Oggi, nel luogo della sua esecuzione, una statua ne ricorda la figura: incappucciato, lo sguardo severo rivolto verso il Vaticano, simbolo silenzioso di sfida e carico di memoria.

Un pensatore fuori dagli schemi- Nato a Nola nel 1548, Bruno entrò giovanissimo nell’ordine domenicano, ma presto le sue idee filosofiche e teologiche suscitarono sospetti. Influenzato dal neoplatonismo, dall’ermetismo e dalla rivoluzione copernicana, sviluppò una visione dell’universo radicalmente nuova. Nel dialogo De l’infinito, universo e mondi (1584), Bruno sostiene l’idea di un cosmo infinito, popolato da infiniti mondi: «L’universo è dunque uno, infinito, immobile… In esso sono mondi innumerabili simili a questo nostro». Questa concezione superava non solo il modello aristotelico-tolemaico, ma anche la stessa visione copernicana, ancora legata a un universo finito. Per Bruno, Dio non era separato dal mondo: era immanente alla natura, presente in ogni sua parte. Una posizione che metteva in discussione dogmi fondamentali della teologia cattolica. Il processo e la condanna Dopo anni di peregrinazioni tra Ginevra, Parigi, Londra e le università tedesche, Bruno fu arrestato a Venezia nel 1592 e poi trasferito a Roma. Il processo durò quasi otto anni. Gli furono contestate eresie gravi: la negazione della Trinità, la divinità di Cristo intesa in senso non ortodosso, la pluralità dei mondi e l’eternità dell’universo. Secondo una tradizione riportata da fonti successive, di fronte alla sentenza Bruno avrebbe pronunciato parole rimaste celebri: «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla».

Il 17 febbraio 1600 venne condotto al rogo. Gli fu posta una mordacchia per impedirgli di parlare. Morì senza aver abiurato, come fecero altri invece, nella sua posizione, come Galileo. Martire della scienza o della libertà? Nel corso dei secoli, la figura di Giordano Bruno è stata interpretata in modi diversi. Durante l’Ottocento risorgimentale fu celebrato come martire del libero pensiero e precursore della scienza moderna. Tuttavia, Bruno non fu uno scienziato nel senso moderno del termine, bensì un filosofo speculativo, più vicino alla metafisica e alla cosmologia che alla sperimentazione galileiana. Resta però centrale il valore simbolico della sua vicenda: la difesa dell’autonomia della ricerca filosofica contro ogni forma di dogmatismo. In un altro passo significativo, Bruno afferma: «Non è cosa vile il tentare l’impossibile». Parole che riassumono la tensione verso l’infinito che animò tutta la sua opera.

Un’eredità che deve restare viva– Oggi Giordano Bruno è ricordato come una delle figure più audaci del Rinascimento europeo. La sua riflessione sull’infinità dell’universo anticipa sensibilità moderne, mentre la sua morte resta monito contro l’intolleranza. La statua di Campo de’ Fiori non celebra soltanto un uomo, ma un’idea: che il pensiero, anche quando è scomodo, merita di essere ascoltato, non messo a tacere dal fuoco.

La domanda non è soltanto chi fosse Giordano Bruno. La domanda è: cosa facciamo noi, oggi, della sua eredità? È comodo celebrarlo come simbolo astratto della libertà di pensiero. È rassicurante trasformarlo in statua, in nome di piazza, in capitolo di manuale. Ma Bruno non era rassicurante. Era scomodo, irrequieto, radicale, non temeva nulla, nessuna catena lo fermò mai. Non cercava consenso: cercava verità, anche a costo di restare solo. Quando scrive che l’universo è infinito e popolato da mondi innumerabili, non sta solo parlando di astronomia, sta demolendo un sistema chiuso, un mondo ordinato attorno a certezze intoccabili. Sta dicendo che la realtà è più vasta di qualunque dottrina. E noi? In un’epoca in cui le opinioni vengono spesso gridate senza capirne il senso, più che pensate, in cui il conformismo si nasconde dietro l’apparente libertà dei social che ci ha reso schiavi e ciechi, siamo davvero disposti a pagare il prezzo del pensiero critico? Bruno non è morto per la scienza nel senso moderno del termine, è morto perché rifiutò di piegare l’intelletto al volere altrui, alla massa, al potere. Perché non volle dire ciò che gli altri volevano sentirsi dire, preferì il rischio alla ritrattazione. Il rogo di Campo de’ Fiori non appartiene solo al 1600. Ogni volta che un’idea viene ridicolizzata senza essere discussa, ogni volta che il dissenso viene messo a tacere con l’etichetta anziché con l’argomentazione, una scintilla di quel fuoco torna ad accendersi, la memoria chiede il conto, la storia, la filosofia, l’ intelletto, se ancora ne resta, lo chiede.

Forse il vero omaggio a Giordano Bruno non è deporre una corona ai piedi della sua statua, ma sarebbe avere il coraggio, nel nostro piccolo, di pensare fino in fondo, di tornare ad avere questa capacità propria dell’ uomo, anche quando è scomodo, soprattutto quando lo è, a costo di tutto, perché l’infinito di cui parlava non è solo là fuori, tra le stelle: È nello spazio, fragile e prezioso, della libertà umana.

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