Medici in trincea: l’eroismo silenzioso dei medici di famiglia contro il collasso della sanità
Un normale lunedì mattina. Uno di quelli in cui i gesti quotidiani, legati alla cura degli affetti più cari, dovrebbero scorrere con la fluidità della normale amministrazione. Mi reco dal medico di famiglia per far prescrivere le consuete ricette per mia madre, ultracentenaria. Un atto burocratico, di fatto, ma vitale
Medici in trincea: l’eroismo silenzioso dei medici di famiglia contro il collasso della sanità
di Francesco Pacienza
Un normale lunedì mattina. Uno di quelli in cui i gesti quotidiani, legati alla cura degli affetti più cari, dovrebbero scorrere con la fluidità della normale amministrazione. Mi reco dal medico di famiglia per far prescrivere le consuete ricette per mia madre, ultracentenaria. Un atto burocratico, di fatto, ma vitale.
L’impatto con la realtà, però, avviene già davanti all’ingresso dello studio: sono le 9:15 e fuori ci sono già una quarantina di persone in attesa. Qualcuno, si scopre parlando, è in fila dalle sette del mattino. Tra i presenti, circa quindici persone non attendono una visita per una patologia acuta; hanno semplicemente bisogno, proprio come me, della prescrizione di farmaci.
Da qualche tempo a questa parte, scene del genere non sono più l’eccezione dettata dall’emergenza influenzale: sono diventate la norma. Un quotidiano calvario d’attesa che fotografa plasticamente il collasso silenzioso della medicina generale, ma anche il fronte di una vera e propria trincea dove i medici di base operano quasi come moderni eroi senza divisa, schiacciati tra il dovere professionale e un sistema che fa acqua da tutte le parti.
Il nodo della questione è strutturale. Con il pensionamento dei colleghi più anziani, e in totale assenza di una seria e preventiva programmazione per i turnover, si è scatenato un effetto domino devastante. I pazienti rimasti orfani del proprio punto di riferimento – residenti nel perimetro urbano ma anche in molti comuni limitrofi – sono stati costretti a confluire sui pochissimi medici rimasti disponibili.
Il risultato è un caos generalizzato che costringe persino i professionisti a una vita da nomadi della sanità: per non lasciare sguarniti i territori, alcuni medici di base sono oggi costretti a coprire più comuni nell’arco della stessa settimana, riuscendo a dedicare magari un solo giorno agli assistiti di quel determinato paese.
I numeri provinciali d’altronde certificano la disfatta: su 66 postazioni di criticità censite in provincia di Cosenza, solo 25 sono state coperte. Le altre 41 sono rimaste scoperte. Parliamo di circa 41mila pazienti abbandonati a se stessi, costretti a convergere verso i professionisti rimasti, saturando spazi, tempi e disponibilità fisiche.
In questo scenario di perenne emergenza, gli studi medici si sono trasformati in veri e propri fortini di resistenza organizzativa. Nel caso dello studio in cui mi sono recato, a reggere l’urto della burocrazia c’è una segretaria che disbriga instancabilmente tutte le questioni relative alle prescrizioni, fungendo da indispensabile scudo e filtro.
Non solo: per tentare di arginare i flussi e andare incontro alle esigenze di tutti, questi medici hanno attivato canali di comunicazione continua, gestendo servizi email e di messaggistica WhatsApp per le necessità più immediate degli assistiti.
Ma questa reperibilità totale e perenne ha un costo umano altissimo. La digitalizzazione forzata, unita all’iperafflusso di pazienti, ha finito per azzerare il confine tra tempo lavorativo e privato, limitando fortemente e drammaticamente la vita familiare di questi medici, reperibili a ogni ora del giorno e della notte, fagocitati da una missione che chiede loro tutto, senza dare nulla in cambio.
Perché i giovani medici fuggono dalla medicina generale? Le cause sono note, denunciate da anni dalle associazioni di categoria rimaste inascoltate:
- Il collo di bottiglia formativo: La politica del numero chiuso all’università, difesa per troppi anni, ha ridotto i camici bianchi disponibili, ignorando i trend demografici della “generazione del baby boom”.
- La carenza di borse di studio: Come evidenziato a più riprese dai sindacati medici, occorrerebbero maggiori borse di studio e robusti incentivi economici verso i giovani medici per rendere attrattivo il corso di formazione specifica in medicina generale, oggi pesantemente penalizzato rispetto alle specializzazioni universitarie.
- Isolamento e burocrazia: La trasformazione della clinica in pura amministrazione scoraggia le nuove leve, spaventate da un ruolo che logora la vita privata senza offrire adeguate tutele contrattuali.
Se il Ministero della Salute latita, la Regione Calabria non può esimersi dalle proprie responsabilità. Le tanto sbandierate riforme nazionali, non ultima quella del ministro Schillaci, appaiono formule astratte e buone solo per i talk show se calate nella realtà dei nostri paesi.
La Cittadella regionale di Catanzaro deve agire subito: servono incentivi integrativi per chi opera nelle aree più critiche e un finanziamento strutturale per il personale di studio (segretarie e infermieri) per liberare i medici dalla gabbia burocratica. Senza soluzioni concrete e investimenti immediati sulla programmazione del turnover, a breve si arriverà al collasso definitivo e irreversibile dell’intero sistema.
Durante le ore passate in coda, tra la gente si respira una rassegnazione che scivola rabbiosa verso un unico verdetto: siamo stufi di barattare intere mattinate per un diritto elementare. Ma l’altra metà di questa sofferenza si consuma al di là della scrivania.
Un paziente non è una pratica da evadere, eppure questi medici sono costretti a lavorare con un timer invisibile che scorre sullo schermo. Chi soffre ha un disperato bisogno di tempo: il tempo di raccontare un sintomo, di essere ascoltato senza l’ansia di dover liberare la sedia, di capire la propria malattia. Togliere questo spazio significa mutilare la qualità della diagnosi e ferire la dignità di chi cura.
Perché un medico di famiglia non conosce l’oasi di un “orario d’ufficio”: la chiusura della porta dello studio non è mai la fine della giornata. C’è un eroismo silenzioso e logorante in turni che superano sistematicamente le 12 ore quotidiane. Una maratona estenuante che comincia al mattino tra le scartoffie, prosegue nel caos delle stanze d’attesa, continua nel pomeriggio con le visite domiciliari a chi non può muoversi e finisce a sera tardi, rispondendo all’infinito flusso di email e messaggi WhatsApp. Una reperibilità totale che non lascia più spazio alla vita privata, trasformando la professione in una trincea umana senza tregua.
Il medico di famiglia non è, e non può diventare, un mero sportello per consulti spot o per il rilascio di ricette dematerializzate. Rappresenta un punto di riferimento umano e professionale strutturato su un rapporto di profonda fiducia costruito negli anni. Smantellare questo legame significa cedere l’ultimo avamposto di una sanità pubblica degna di questo nome, lasciando i cittadini – specialmente i più fragili e gli anziani – in una totale e inaccettabile solitudine.

