RIFLESSIONI: Il tempo del fango e il silenzio della politica

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RIFLESSIONE DEL GIORNO DOPO di Francesco Pacienza, Giornalista-Pubblicista Freelance

C’è un errore di fondo nel nostro modo di guardare il mondo: pensiamo che la Terra batta lo stesso tempo dei nostri orologi digitali. Ma la Natura non conosce i secondi, i minuti o le scadenze elettorali.

Il tempo del fango e il silenzio della politica

RIFLESSIONE DEL GIORNO DOPO di Francesco Pacienza, Giornalista-Pubblicista Freelance

C’è un errore di fondo nel nostro modo di guardare il mondo: pensiamo che la Terra batta lo stesso tempo dei nostri orologi digitali. Ma la Natura non conosce i secondi, i minuti o le scadenze elettorali. La Natura respira in ere, si muove in cicli millenari, e quando decide di pareggiare i conti, non lo fa con la burocrazia, ma con la forza bruta degli elementi.

I cicloni Harry e Ulrich non sono stati “imprevisti”. Chiamarli così è l’alibi dei mediocri. Sono stati, piuttosto, il fotogramma finale di un cortocircuito annunciato. Mentre noi ci affannavamo a inseguire l’ultimo post sui social o l’ennesima polemica da bar, il clima cambiava marcia. La Terra ha accelerato il suo battito, e noi siamo rimasti lì, con le gambe molli e la vista annebbiata, a chiederci perché il cielo avesse deciso di crollarci addosso.

La differenza tra il tempo della Natura e quello degli uomini è tutta qui: la Natura agisce per necessità, l’uomo per convenienza. Harry e Ulrich hanno spazzato via ettari di boschi, fango e speranze, non perché fossero “cattivi”, ma perché hanno trovato un territorio che non sapeva più opporre resistenza. Abbiamo trasformato la terra in cemento e i fiumi in canali di scolo intasati.

La manutenzione ordinaria – quella parola così poco “sexy” per chi cerca il consenso – è diventata un miraggio. Pulire un argine, consolidare un versante, dragare un letto di fiume: sono gesti che non regalano nastri da tagliare o flash di fotografi. E così, nel silenzio della negligenza, abbiamo costruito il palcoscenico perfetto per il disastro. La mancanza di programmazione è il vero moltiplicatore di forza di questi cicloni. Non è stata solo la pioggia a distruggere; è stata l’assenza di cura, la dimenticanza sistematica del territorio.

E poi, ineluttabile come il fango, arriva la politica. Quella con la “p” minuscola, che si palesa solo per calpestare le macerie con stivali di gomma ancora lucidi, comprati mezz’ora prima per l’occasione. Indossano divise che non gli appartengono, scimmiottando l’estetica del sacrificio di chi quelle uniformi le onora davvero, sporcandole di fatica e non di retorica. È il teatro della vicinanza: un set fotografico allestito sul dolore.

Li abbiamo visti. Li vediamo sempre. Arrivano quando il vento si è calmato, inondando i cittadini di un altro tipo di tempesta: quella delle chiacchiere. Parole di vicinanza, promesse di stanziamenti, “mai più” pronunciati con la stessa facilità con cui si beve un caffè. Una retorica futile, irritante, che cerca di coprire il rumore delle ruspe.

Dove erano questi signori mentre il territorio marciva nell’incuria? Dove erano quando gli esperti chiedevano interventi strutturali e non rattoppi d’emergenza? Erano assenti. Chiusi nei palazzi a discutere di poltrone, lontani anni luce dal fango vero, quello che ti entra nelle scarpe e ti spacca la schiena. La politica è rimasta ferma al tempo delle “scuse”, mentre la Terra è già passata al capitolo della “resa dei conti”.

Se guardo attraverso l’obiettivo della mia macchina fotografica, non vedo solo alberi abbattuti o case sventrate. Vedo la prova tangibile di un tradimento. Il tradimento di una classe dirigente che ha preferito l’apparenza alla sostanza, il presente immediato al futuro sostenibile.

Harry e Ulrich ci hanno lasciato una lezione che, temo, dimenticheremo in fretta: la Terra non negozia. Non legge i comunicati stampa e non si commuove davanti alle dirette televisive. O impariamo a rispettare i suoi tempi, investendo nella cura costante e silenziosa del nostro habitat, o rimarremo qui, a scattare foto di macerie, ascoltando il rumore vuoto di chi promette tutto senza aver mai fatto nulla.


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