Il fango e l’oblio: la Calabria sotto lo scacco di Jolina di Francesco Pacienza

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C’è un silenzio che fa più rumore del tuono, sulla costa ionica, quando l’acqua smette di cadere e resta solo il suono del fango che scivola. Un rumore sordo, viscido, che mastica l’asfalto e inghiotte i ricordi di una vita. Dopo il passaggio del ciclone Jolina, la Calabria si risveglia ancora una volta sventrata

Il fango e l’oblio: la Calabria sotto lo scacco di Jolina

di Francesco Pacienza

C’è un silenzio che fa più rumore del tuono, sulla costa ionica, quando l’acqua smette di cadere e resta solo il suono del fango che scivola. Un rumore sordo, viscido, che mastica l’asfalto e inghiotte i ricordi di una vita. Dopo il passaggio del ciclone Jolina, la Calabria si risveglia ancora una volta sventrata, nuda, rannicchiata in quella sua solitudine millenaria che nessun titolo di giornale riuscirà mai a colmare davvero.

È passato poco tempo da Harry, Hulrike e altri fenomeni similari. Qualche settimana appena. Il tempo di asciugare le lacrime e togliere la melma dai garage, e siamo di nuovo qui a contare i danni di un territorio che non è “fragile” per destino cinico e baro, ma per precisa, ostinata e colpevole trascuratezza. La fragilità della Calabria non è un imprevisto; è una condizione esistenziale alimentata da decenni di sguardi altrove, di sottovalutazioni sistematiche, di una cura del territorio rimasta sempre in fondo all’agenda, dopo le passerelle e prima dei rimpianti.

I dati ISPRA sono lì, gelidi come sentenze definitive: il rischio idrogeologico in questa regione è un urlo che nessuno vuole ascoltare. E allora succede che ogni fiume, anche il più piccolo, anche quello che d’estate sembra un sentiero di sassi arsi dal sole, si trasforma in una divinità arcaica e furiosa. Prendete il Trionto. Non è solo acqua che scorre; è un corpo vivo che, privato dei suoi sfoghi naturali, strozzato da cemento e incuria, decide di riprendersi lo spazio che gli spetta. Così come è successo con il Crati, il Busento, il Coscile, ecc… L’Arpacal ha classificato il periodo tra l’11 e il 20 febbraio come uno degli eventi meteo più rari degli ultimi 70-100 anni. Il fiume Crati, nella zona di Sibari, ha raggiunto una portata storica di 663 mc/s, superando i 5 metri di livello.

Il fiume tracima, rompe gli argini invisibili dell’indifferenza e invade tutto. Distrugge ciò che incontra nel suo nuovo, disperato cammino, cercando ossessivamente quella linea azzurra che è il mare. In questo viaggio verso la foce, il Trionto trascina via il lavoro degli uomini, le speranze dei contadini, le fondamenta di una normalità che qui, sulla costa ionica, è un lusso che non ci si può permettere. Uliveti secolari sommersi da metri di acqua, la SS106 trasformata in una trappola d’acqua per coloro che vi transitavano.

Anche questa volta, per un miracolo che sa di beffa, la Natura ha risparmiato le vite umane. Siamo qui a raccontare di muri crollati e strade polverizzate dalle frane, non di funerali. Ma non chiamatelo sollievo. Perché se è vero che la carne è salva, l’anima di questa terra è ferita a morte. La forza degli elementi ha distrutto ogni cosa, lasciando dietro di sé un paesaggio lunare, dove la bellezza mozzafiato dei nostri scorci viene violentata dalla bruttezza di un dissesto che non ha padri, ma solo vittime.

Siamo una terra “bella e maledetta”, un paradiso che si sgretola tra le dita. Ma la maledizione non è divina: è figlia dell’uomo che ha dimenticato come si accarezza una montagna e come si pulisce un alveo.

Il Presidente Occhiuto è stato chiaro: non è finita. Altri eventi simili potrebbero colpire nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. Le previsioni meteo sono diventate bollettini di guerra. Ma proprio per questo, non possiamo più permetterci la narrazione della “straordinarietà”. Non c’è nulla di straordinario in una pioggia che distrugge un territorio già compromesso. Lo straordinario è che siamo ancora qui a parlarne come se fosse la prima volta.

È necessario un cambio radicale di paradigma. Bisogna smettere di rincorrere il disastro e iniziare a precederlo. La narrazione deve farsi azione politica, muscolare, immediata. Non possiamo aspettare il prossimo inverno per chiederci come proteggere questa costa. Va fatto ora, subito con misure strutturali che non siano solo rattoppi d’emergenza; con una manutenzione ordinaria che torni a essere la priorità assoluta, pulendo i greti, rinforzando i versanti, restituendo ai fiumi la loro dignità e il loro spazio.

La Calabria non può più essere il luogo dove si contano i danni tra un ciclone e l’altro. Deve diventare il cantiere della resilienza vera. Prima che il prossimo Jolina, o il prossimo Harry, decida che questa volta la “grazia” non è più disponibile. Proteggere questo territorio non è una scelta: è l’ultimo atto di resistenza possibile per non scivolare tutti, insieme al fango, nel dimenticatoio della storia.

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