Riflessioni- Referendum e separazione delle carriere: l’eterno ritorno dell’errore (e dello spreco)
L’Italia è un Paese meraviglioso, ma affetto da una coazione a ripetere che sfiora il patologico. Oggi, il palcoscenico della politica si riempie nuovamente con il tema della separazione delle carriere dei magistrati. Una riforma che, sulla carta, punta a garantire quel “giusto processo” dove l’accusa e la difesa giocano finalmente ad armi pari davanti a un giudice terzo.
Referendum e separazione delle carriere: l’eterno ritorno dell’errore (e dello spreco)
di Francesco Pacienza
L’Italia è un Paese meraviglioso, ma affetto da una coazione a ripetere che sfiora il patologico. Oggi, il palcoscenico della politica si riempie nuovamente con il tema della separazione delle carriere dei magistrati. Una riforma che, sulla carta, punta a garantire quel “giusto processo” dove l’accusa e la difesa giocano finalmente ad armi pari davanti a un giudice terzo. Ma il problema non è solo il merito; è il metodo, è il costo e, soprattutto, è il fantasma dei fallimenti passati che torna a farci visita.
Non serve una memoria d’acciaio per tornare al dicembre del 2016. Allora, Matteo Renzi decise di trasformare un referendum su una riforma costituzionale – condivisibile o meno – in un plebiscito sulla propria persona. Risultato? Un Paese spaccato, una riforma complessa ridotta a uno scontro tra tifoserie e un esito fallimentare che ha lasciato l’Italia immobile.
Oggi rischiamo lo stesso identico cortocircuito. Quando la politica decide di utilizzare lo strumento referendario come una clava per contarsi o per “asfaltare” l’avversario, perde di vista l’obiettivo primario: il bene comune. Le riforme costituzionali non possono e non devono nascondere “trabocchetti” o secondi fini. Devono essere trasparenti come l’acqua, scritte in un linguaggio che il cittadino comune – quello che ogni mattina combatte con la burocrazia – possa comprendere senza il bisogno di un team di costituzionalisti al seguito.
Parliamo di numeri, perché i numeri, a differenza delle promesse elettorali, non mentono mai. Organizzare una consultazione referendaria nazionale ha un costo stimato che si aggira intorno ai 400 milioni di euro.
In un’economia di guerra (metaforica, ma non troppo), spendere quasi mezzo miliardo di euro per una consultazione che si è conclusa con un nulla di fatto – o peggio, con un ulteriore arroccamento delle parti – è uno schiaffo in faccia alla realtà.
- Quante borse di studio si finanziano con 400 milioni?
- Quanti presidi di sicurezza potremmo rinforzare nelle periferie abbandonate?
- Quante liste d’attesa nella nostra sanità pubblica, ormai al collasso, potremmo accorciare?
Spendere queste cifre per non cambiare nulla non è politica: è dissipazione di patrimonio pubblico. È un lusso che l’Italia dei contribuenti onesti non può più permettersi.
La separazione delle carriere è un tema serio. È un pilastro della modernizzazione del sistema giustizia. Ma proprio perché è un tema strutturale, non può essere trattato come una bandierina ideologica.
Sarebbe opportuno – anzi, necessario – che la politica ritrovasse la dignità del confronto e dell’accordo condiviso. Le grandi riforme si fanno con il bisturi, non con l’accetta. Serve un patto tra tutte le forze sane del Paese per ammodernare l’architettura istituzionale senza trasformare ogni voto in un giudizio universale sul governo di turno.
L’Italia ha fame di efficienza, non di teatrini. Se vogliamo davvero un Paese moderno, dobbiamo smettere di rincorrere referendum “trappola” e iniziare a scrivere riforme chiare, condivise e, soprattutto, utili. Altrimenti, ci ritroveremo tra dieci anni a commentare l’ennesimo spreco di risorse, mentre i servizi essenziali – sanità e sicurezza in primis – continuano a scivolare verso un declino che appare, purtroppo, sempre più irreversibile.
