Analisi di F.Pacienza: Il cronometro della burocrazia e il silenzio dei rubinetti

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Era il novembre del 2025 quando, con una punta di amara premonizione, sollevavo il velo su una falla sistemica che definire “anacronistica” è un gentile eufemismo. Parlavo di una procedura di campionamento e notifica che viaggia a passo di lumaca in un’epoca in cui i patogeni corrono alla velocità della fibra ottica.

Il cronometro della burocrazia e il silenzio dei rubinetti

nota di Francesco Pacienza, giornalista

Era il novembre del 2025 quando, con una punta di amara premonizione, sollevavo il velo su una falla sistemica che definire “anacronistica” è un gentile eufemismo. Parlavo di una procedura di campionamento e notifica che viaggia a passo di lumaca in un’epoca in cui i patogeni corrono alla velocità della fibra ottica. Oggi, i fatti di Altomonte ci sbattono in faccia quella verità che la politica e le amministrazioni preferiscono ignorare: il tempo della burocrazia è il nemico numero uno della salute pubblica.

Analizziamo i fatti con la freddezza di un referto, anche se il sangue bolle.

  • 9 Aprile: L’ASP effettua i prelievi di routine. L’acqua scorre nelle condotte, potenzialmente carica di ospiti indesiderati.
  • Il Silenzio: Passano il 10, l’11, il 12 aprile.
  • 13 Aprile: Arriva l’ordinanza n. 24/2026. Cinque giorni dopo.

Cinque giorni in cui i cittadini hanno bevuto, cucinato, lavato i propri figli con un’acqua che il Comune sapeva – o stava per sapere – essere contaminata. È qui che il sistema va in cortocircuito. Se il virus o il batterio non timbrano il cartellino e non rispettano il riposo settimanale, perché la macchina della tutela pubblica dovrebbe fermarsi davanti a un portone chiuso per il weekend?

Il rischio non è solo una questione di ore, ma di biologia. Se l’Escherichia coli è il “ladro dilettante” che si palesa in fretta (incubazione 6-72 ore) e si arrende agli antibiotici, gli Enterococchi intestinali sono i “professionisti del crimine”. Possono servire fino a 6 giorni prima che l’organismo manifesti il contagio. Questo significa che quando arriva l’ordinanza, il danno potrebbe essere già radicato e invisibile. Parliamo di microrganismi che hanno fatto delle corsie d’ospedale la loro palestra, sviluppando resistenze ai comuni antibiotici che rendono la cura un percorso a ostacoli.

La situazione descritta non è una semplice svista amministrativa; è una scelta politica implicita. Accettare che una comunicazione tra ASP e Comune resti nel limbo di una casella email perché “gli uffici sono chiusi” significa mettere il timbro burocratico sopra il diritto alla salute garantito dall’Articolo 32 della Costituzione.

Nessuna analisi, se non compiuta in tempo reale, può dirci l’esatto momento della contaminazione. Ma tra l’incertezza scientifica e l’inerzia amministrativa corre l’abisso della responsabilità civile.

Non possiamo più permetterci di gestire l’emergenza con gli strumenti della routine. Serve:

– Un sistema di allerta automatizzato che non passi per il protocollo fisico se il rischio è imminente con successiva verifica da parte degli organi sanitari.

– Investire in sensoristica di rete che monitori i parametri bio-chimici h24, riducendo la finestra di esposizione da giorni a minuti.

– La salute pubblica non conosce festivi. Se l’ASP lavora il 9 aprile, il Comune deve essere in grado di recepire e ordinare anche il venerdì pomeriggio o il sabato mattina.

Altomonte è lo specchio di una Calabria che gioca alla roulette russa con i rubinetti dei cittadini. È ora di smetterla di considerare la prevenzione come una “pura formalità” e iniziare a trattarla per quello che è: l’ultima linea di difesa tra una comunità sana e un focolaio epidemico.

La domanda resta inevasa: quante altre ordinanze postume dovremo leggere prima che la velocità della tutela eguagli quella del rischio?

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