Riforma del comparto sanitario calabrese, Fullone e Mazza: “Operazione non più differibile”
Riforma del comparto sanitario calabrese, Fullone e Mazza: “Operazione non più differibile”. La prossima uscita dal Commissariamento impone alla Politica un riordino dell’assetto sanitario territoriale e ospedaliero della Calabria
Il sistema sanitario della Regione si confronta da anni con una serie di criticità
strutturali e congiunturali che impongono una profonda riorganizzazione
dell’impianto. Le cause principali di queste difficoltà vanno ricercate al più
presto. Bisogna considerare, anzitutto, il numero sempre maggiore di pazienti
che accedono ai servizi sanitari di altre Regioni. Quindi, la carenza di
maestranze, sia mediche che infermieristiche; senza dimenticare
l’obsolescenza dei sistemi informatici. Vieppiù, l’invecchiamento progressivo
della Popolazione rappresenta un’altra sfida, organica e di primaria
importanza, della quale tener conto. Quanto descritto, richiede un
ripensamento sostenibile e innovativo dei modelli assistenziali tradizionali.
L’intelligenza artificiale deve diventare una grande alleata unitamente alla
telemedicina. Quest’ultima, infatti, è destinata a rappresentare una
componente integrante ed essenziale dei futuri sistemi sanitari nazionali e
regionali. La Politica regionale, pertanto, è chiamata a predisporre una
profonda riforma dell’intero comparto sanitario. Anche e soprattutto, in
funzione dell’annunciata uscita dal Commissariamento che attanaglia la
Calabria da oltre 15 anni.
La lenta agonia della sanità pubblica calabrese: i limiti degli apparati
socio-sanitari locali come riverbero del malfunzionamento su scala
nazionale
I mali del servizio socio-sanitario nazionale hanno ripercussioni su quello
regionale a partire dalle privatizzazioni. In Calabria, sino a oggi, nessun
Governo regionale è riuscito a costituire un sistema che assicuri i cittadini.
Emblematiche, in tal senso, alcune tabelle che riassumono la spesa sanitaria,
passata dai 110 miliardi del 2014 ai 138 del 2024. Va trovato un metodo sul
quale aprire un diffuso e articolato percorso di confronto che dovrà portare
alla formulazione di un nuovo Piano Sanitario. Dal nostro punto di vista,
speriamo si avvii una discussione vera a partire dagli Enti Locali. Vanno
rielaborati alcuni concetti di base: pensiamo all’integrazione socio-sanitaria
che è disciplinata come modalità di coordinamento delle prestazioni. Intese,
le richiamate, come tutte le attività atte a soddisfare i bisogni di salute
(prestazioni sociali a rilevanza sanitaria, prestazioni sanitarie a elevato
impegno socio-assistenziale). Riconoscere, inoltre, l’interdipendenza tra i vari
ambiti per costruire un solido sistema integrato e intersettoriale.
Da dove partire? Dalla rifunzionalizzazione del SSN. Bisogna guardare a un
nuovo paradigma che possa cambiare radicalmente l’impostazione della
sanità attuale. La medicina sta attraversando una rivoluzione a cui non si fa
assolutamente riferimento, perché prigionieri di una cultura ospedalocentrica.
Come sarà allora la medicina del futuro? Certamente non quella a cui siamo,
nostro malgrado, affezionati. Essa utilizzerà un modello sanitario articolato e
integrato, in grado di associare misure atte a prevenire l’insorgenza delle
malattie con la capacità di identificare le predisposizioni genetiche individuali,
grazie anche alla rivoluzione digitale. Tutto ciò comporta, per la costruzione di
un Piano socio-sanitario, un avanzamento del piano culturale. Non bisogna
guardare al passato. Si tratta, quindi, di una sfida che va accolta, gestita e
rilanciata.
Ripensare ruoli e funzioni della sanità territoriale e dell’assistenza
ospedaliera
I Comuni detengono funzioni fondamentali nella promozione della salute. I
Sindaci svolgono un ruolo cruciale per il benessere delle Comunità. I loro
compiti includono la gestione dei servizi socio-sanitari locali; la promozione,
attraverso programmi educativi, di stati di vita sani; la supervisione della
sicurezza ambientale e la collaborazione con le Autorità sanitarie. Nella rete
dei servizi territoriali sono state pensate le Case e gli Ospedali di Comunità.
Tali strutture rappresentano i luoghi fisici di prossimità e di facile
individuazione per entrare in contatto con l’assistenza sanitaria territoriale.
Bisogna velocizzare la loro realizzazione avviando, contestualmente, la
digitalizzazione complessiva del sistema sanitario. Il PNNR insieme al FSE
2.0 dovranno essere perno centrale e motore propulsivo di una
riorganizzazione tecnologica e strutturale. Certamente una sfida complessa.
Tuttavia, necessaria per trasformare un sistema lento e inefficiente in un
motore sociale dinamico e solerte. Il successo dell’operazione dipenderà da
uno sforzo collaborativo che coinvolga tutti i principali attori in campo:
Amministrazione regionale, Aziende sanitarie, Azienda Zero, Ricerca
universitaria e Cittadini. Bisognerà rivedere l’implementazione operativa, la
gestione dei sistemi informatici e strutturare piani innovativi. Si dovrà passare
da una logica puramente prestazionale a una medicina di prossimità. Andrà
rivisto, infine, il ruolo dei Medici di base e bisognerà ripensare le funzioni dei
nosocomi con l’istituzione di Poli ospedalieri.
Avviare una riorganizzazione sistemica delle AO e delle ASP
Un sistema sanitario che nella sua struttura organizzativa aspiri a essere
efficiente dovrà scindere la medicina territoriale dall’assistenza ospedaliera.
Oggi, le Aziende ospedaliere calabresi si occupano dell’esclusiva direzione
dei tre ospedali HUB della Regione (CZ-CS-RC). La gestione degli ospedali
SPOKE e dei Presidi di base resta, insieme all’assistenza territoriale, in capo
alle ASP. Questo tipo di impostazione ha dotato gli ospedali di secondo livello
di un’offerta variegata, ma ha svuotato buona parte delle competenze che un
tempo erano presenti anche negli altri ospedali. Una disposizione, quindi,
scriteriata che ha centralizzato l’offerta ospedaliera. Senza tenere conto, in
verità, delle precarietà territoriali e dei limiti nelle comunicazioni tra gli ambiti
che caratterizzano la Regione. Lo schema descritto ha prodotto disservizi,
diseconomie e scarsa qualità della risposta ospedaliera e della medicina
territoriale. Andrà avviata, pertanto, una rivoluzione gestionale e logistica
che, anzitutto, consideri la nuova mappatura territoriale derivante dalla
nascita dei nuovi ospedali. Parimenti, andranno disegnati bacini di
competenza che guardino oltre il semplicistico paradigma attuale,
fondato sulle tre AO (Aziende ospedaliere) attualmente in essere.
Partendo dalla elevazione delle esistenti AO in AOU (Aziende
Ospedaliero Universitarie), bisognerà studiare un sistema che rilanci il
ruolo degli SPOKE. Oggi, la mappatura regionale degli ospedali di primo
livello si compone di 8 strutture complessive. La loro offerta copre
ambiti territoriali che si inquadrano in una forbice compresa tra 160 e
180mila abitanti. Rispettando i principi di omogeneità territoriali, si
potrebbe procedere con accoppiamenti degli SPOKE per specificità e
offerta sanitaria. Tale sistema consentirebbe di superare il tetto dei
300mila abitanti e, quindi, di creare ulteriori 4 AOC (Aziende ospedaliere
complesse): Pollino/Tirreno, Sibaritide/Crotonese, Istmo/Serre,
Piana/Locride. Ognuna di queste AOC dovrebbe essere messa in
condizione di offrire un ventaglio completo delle prestazioni tra i due
ospedali componenti l’assetto aziendale: Castrovillari/Paola-Cetraro,
Corigliano-Rossano/Crotone, Lamezia/Vibo, Palmi/Locri. Chiaramente,
scorporati dalle ASP i Presidi ospedalieri, si potrebbe abbandonare la logica
delle ASP, optando per un’unica azienda sanitaria regionale (ASR).
Quest’ultima avrebbe competenze specifiche per la esclusiva organizzazione
della sanità territoriale e per tutte quelle strutture previste dal PNNR
(Ospedali di Comunità, Case della Comunità, Centrali operative).
Ridefinendo, quindi, i perimetri dei distretti sanitari, l’offerta calabrese
potrebbe, finalmente, connotarsi come efficiente e funzionale.

Sandro Fullone
Domenico Mazza
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