Censura e controllo mentale: quando la guerra è dentro la nostra percezione

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Quando la narrazione è controllata non solo dalle autorità statali, ma da strutture digitali chiuse e da algoritmi che premiano certe visioni e ne penalizzano altre, il potere non si limita a limitare l’informazione: va oltre, plasma la mente di chi pensa di essere libero.

Censura e controllo mentale: quando la guerra è dentro la nostra percezione

Susanna Camoli

C’è una guerra che non si vede sui campi, ma dentro la mente delle persone. Non è fatta di esplosioni o confini, ma di informazioni negate, immagini distorte, silenzi imposti. Dopo gli attacchi iraniani a Dubai, il governo ha spento l’accesso libero a Internet e alle telecomunicazioni per soffocare proteste e dissenso, interrompendo la connessione di milioni di persone con il mondo esterno al fine di oscurare la reale dimensione delle violazioni dei diritti umani. Sono stati bloccati gli account che postavano immagini e video reali di ciò che stava accadendo. “E’ tutto sotto controllo”! … Davvero?

L’informazione come campo di battaglia nel pensiero di George Orwell, la manipolazione della lingua e delle immagini non era fantascienza, ma una profezia sulla capacità dei poteri di plasmare la realtà percepita. In 1984, il “Ministero della Verità” ridefinisce i fatti, altera i ricordi e controlla ogni parola; questo non serve solo a nascondere i dati, ma a condizionare il modo in cui le persone pensano. Le strategie contemporanee non sono così fantasiose, sono più sottili, diffuse, digitali, ma l’effetto è lo stesso: una prigione di significato nella quale la mente resta intrappolata senza accorgersene. La censura in questo momento storico cruciale non si limita a bloccare l’accesso a siti o social media. Lavora a modellare l’esperienza cognitiva stessa: selezionare che cosa è visibile, quale narrativa domina, quali parole possono circolare e quali devono essere ignorate o criminalizzate. Questo non è solo controllo dell’informazione, è controllo della percezione e del desiderio.

Questo modello ricorda anche l’idea politica di Hannah Arendt su come i regimi totalitari non vogliano soltanto reprimere la resistenza, ma annientare lo spazio pubblico in cui può nascere il dissenso collettivo ma questo oggi si espande a tutto il mondo, anche e soprattutto in quei paesi definiti “democratici”. Non è più sufficiente chiudere le voci critiche: bisogna restringere lo spazio mentale dove quelle voci potrebbero avere risonanza.

Manipolare l’invisibile– La censura moderna non è sempre visibile. Non c’è sempre un “bavaglio” evidente: molte volte è un filtro burocratico, algoritmico, spalmato su intere piattaforme social, o un semplice muro digitale che impedisce l’accesso alla narrazione esterna. Questo tipo di controllo ricorda la riflessione di Noam Chomsky sulla “fabbrica del consenso”: i poteri non si limitano a proibire alcune notizie, ma costruiscono un contesto in cui certe realtà non emergono affatto. Non è l’assenza di informazione che manipola, è la selezione calcolata di ciò che viene mostrato o taciuto.

Pensare oltre il filtro– Quando uno Stato spegne la luce dell’informazione, non spegne solo connessioni tecniche. Spegne la capacità di una società di riflettere su se stessa. Non c’è libertà senza la libertà di verificare, confrontare, criticare. Quando la narrazione è controllata non solo dalle autorità statali, ma da strutture digitali chiuse e da algoritmi che premiano certe visioni e ne penalizzano altre, il potere non si limita a limitare l’informazione: va oltre, plasma la mente di chi pensa di essere libero. La libertà non è soltanto poter accedere a una pagina web. È poter immaginare possibilità alternative. È poter dire ciò che si pensa senza timore che la verità venga cancellata o distorta. E quando la tecnologia e il potere si alleano per oscurare non solo i fatti, ma la stessa capacità di interpretare il mondo, la battaglia più dura non si combatte solo fuori, si combatte dentro la coscienza di ognuno di noi.

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