Festa della donna: celebrazione o ipocrisia collettiva?

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Ma davvero dobbiamo dimostrare qualcosa? La donna è biologicamente diversa dall’uomo, così come ogni essere umano è diverso da un altro. La diversità non è una gerarchia, è semplicemente una realtà. Ed è proprio questa varietà che rende l’umanità complessa, ricca, capace di evolvere.

Festa della donna: celebrazione o ipocrisia collettiva?

di Susanna Camoli

Ogni anno, l’8 marzo, le città si riempiono di mimose, frasi motivazionali e post sui social che celebrano la donna. È la Giornata Internazionale della Donna, una ricorrenza che dovrebbe ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, ma anche le discriminazioni e le violenze che ancora esistono e domandarsi profondamente: Perchè?Eppure, qualcosa in questa celebrazione sembra stonare. Per un giorno all’anno si moltiplicano gli auguri, i brindisi tra amiche e le offerte nei ristoranti “solo per donne”. Le aziende pubblicano campagne pubblicitarie piene di slogan sull’empowerment femminile. Sin da piccole ci insegnavano che era una festa, trovavamo i rametti di mimosa sui banchi ma non capivamo perchè, nessuno ci diceva cosa si “festeggiava”! Ogni tanto qualcuno ci raccontava dell’ l’incendio del 1911 alla Triangle Shirtwaist Factory a New York.  Poi arriva il 9 marzo e tutto torna come prima: il divario salariale resta, le difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia rimangono, e i casi di violenza di genere continuano a riempire le cronache. Viene quindi da chiedersi: stiamo davvero celebrando le donne o stiamo semplicemente mettendo una toppa simbolica su problemi strutturali? La mimosa, simbolo di questa giornata, rischia spesso di diventare un gesto vuoto. Non perché il fiore in sé sia sbagliato, ma perché troppo spesso sostituisce qualcosa di più importante: una riflessione seria sul ruolo delle donne nella società. La verità è che la parità non si costruisce con un mazzo di fiori o con un post sui social e quando mi capita di leggere quei post, da donna, mi sento offesa profondamente. La “parità”, si costruisce con politiche concrete, con un cambiamento culturale radicale, con un impegno quotidiano. Forse l’8 marzo dovrebbe essere meno una festa e più un momento di consapevolezza. Un giorno per fare il punto su ciò che è stato conquistato, ma soprattutto su ciò che ancora manca. Perché i diritti non sono regali da celebrare una volta all’anno: sono battaglie da portare avanti ogni giorno.

Non fraintendetemi, “festeggiare” non è sbagliato, è il modo di farlo probabilmente che ci è sfuggito di mano e neanche ce ne siamo accorti, è la mancanza di qualcosa di concreto che nasce dal pensiero critico e profondo. Il problema appunto, nasce quando la festa prende il posto del pensiero. Il femminismo, nel suo senso più autentico, nasce come una richiesta di dignità, diritti e riconoscimento di questi. Nasce da donne che non volevano essere superiori agli uomini, ma semplicemente libere di esistere con le stesse possibilità. Era una battaglia profondamente umana prima ancora che femminile. Oggi però mi sembra che qualcosa si sia smarrito. Il dibattito spesso si riduce a contrapposizioni, slogan, identità da difendere come bandiere. Si parla di dimostrare qualcosa agli uomini, di competere, di rivendicare continuamente uno spazio.

Ma davvero dobbiamo dimostrare qualcosa? La donna è biologicamente diversa dall’uomo, così come ogni essere umano è diverso da un altro. La diversità non è una gerarchia, è semplicemente una realtà. Ed è proprio questa varietà che rende l’umanità complessa, ricca, capace di evolvere. Il punto non dovrebbe essere chi vale di più, chi è più forte, chi ha più diritti da reclamare rispetto all’altro. Il punto dovrebbe essere ricordare la vera lotta: quella per la dignità umana, per il rispetto reciproco, per una società in cui nessuno debba dimostrare di meritare il proprio posto. Forse il rischio del nostro tempo è aver trasformato alcune battaglie in identità rigide. Quando questo accade, si perde il senso originario del movimento, cioè migliorare la condizione umana, non creare nuove divisioni. L’8 marzo dovrebbe essere proprio questo: un momento per ricordare le conquiste delle donne, certo, ma anche per riflettere su quanto la libertà sia una questione che riguarda tutti, uomini e donne. Perché la vera rivoluzione non è dimostrare che uno vale più dell’altro ma sta nel ricordare che, nella nostra diversità, siamo tutti parte della stessa umanità e dobbiamo lottare per essa indistintamente da genere, età, cultura.

La cultura rende liberi!

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