La mafia teme la memoria: il significato di Capaci oggi

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Dopo Capaci nessuno poteva più dire “non sapevo”- Le immagini dell’autostrada distrutta fecero il giro del mondo. L’Italia intera vide cosa fosse davvero Cosa Nostra: una macchina di morte pronta a fare saltare in aria un intero tratto di autostrada pur di difendere i propri interessi. Da quel momento diventò impossibile voltarsi dall’altra parte. Eppure la mafia non vive soltanto nelle stragi. Vive anche negli appalti truccati, nella corruzione, nei voti comprati, nel lavoro nero, nell’usura, nella droga, nei favori scambiati sottovoce. Vive ogni volta che il potere criminale viene tollerato perché “conviene”. Per questo ricordare Capaci non deve essere un rito vuoto o una commemorazione di circostanza. Ricordare Capaci significa scegliere da che parte stare.

Capaci: il giorno in cui la mafia mostrò il suo vero volto Il 23 maggio 1992 la mafia non colpì soltanto un magistrato. La mafia dichiarò guerra all’Italia e lo Stato?

La mafia teme la memoria: il significato di Capaci oggi

di Susanna Camoli

Alle 17:56, sull’autostrada che collega Palermo all’aeroporto, un’esplosione aprì una ferita nell’asfalto e nella coscienza del Paese. Centinaia di chili di tritolo fecero saltare in aria il corteo del giudice Giovanni Falcone. In pochi secondi morirono Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Morì anche una parte dell’illusione che molti italiani avevano coltivato: quella di poter convivere con la mafia senza pagarne il prezzo.

Capaci fu terrorismo mafioso. Fu un messaggio di sangue. Fu la dimostrazione brutale che Cosa Nostra non era folklore criminale, non era “criminalità locale”, non era un problema confinato alla Sicilia. Era un potere armato capace di sfidare lo Stato, di infiltrare istituzioni, economia e politica, di uccidere servitori dello Stato in pieno giorno con metodi da guerra.

Giovanni Falcone aveva capito tutto– Falcone aveva compreso una verità che molti fingevano di non vedere: la mafia teme soprattutto chi la studia, chi la segue nei soldi, nei rapporti di potere, nelle connivenze. Per questo doveva essere eliminato. Con il Maxi Processo aveva infranto il mito dell’invincibilità mafiosa. Per la prima volta Cosa Nostra veniva colpita come organizzazione unitaria. Non più criminali isolati, ma un sistema. Un potere strutturato. Un’industria della violenza e del controllo.

Falcone aveva spezzato il silenzio. E la mafia rispose come ha sempre fatto quando perde potere: con il terrore.

La mafia non è onore: è vigliaccheria– Per anni qualcuno ha raccontato la mafia con linguaggi ambigui: “uomini d’onore”, codici, rispetto, tradizione. Capaci ha distrutto definitivamente questa menzogna. Non c’è onore nel massacrare persone con mezzo quintale di esplosivo. Non c’è rispetto nell’assassinare magistrati, poliziotti, giornalisti, imprenditori, bambini. Non c’è coraggio nel nascondersi dietro il telecomando di una strage. La mafia è vigliaccheria organizzata. È potere costruito sulla paura degli altri. È violenza contro chiunque alzi la testa. E prospera ogni volta che trova complicità, silenzi, convenienze.

Dopo Capaci nessuno poteva più dire “non sapevo”– Le immagini dell’autostrada distrutta fecero il giro del mondo. L’Italia intera vide cosa fosse davvero Cosa Nostra: una macchina di morte pronta a fare saltare in aria un intero tratto di autostrada pur di difendere i propri interessi. Da quel momento diventò impossibile voltarsi dall’altra parte. Eppure la mafia non vive soltanto nelle stragi. Vive anche negli appalti truccati, nella corruzione, nei voti comprati, nel lavoro nero, nell’usura, nella droga, nei favori scambiati sottovoce. Vive ogni volta che il potere criminale viene tollerato perché “conviene”. Per questo ricordare Capaci non deve essere un rito vuoto o una commemorazione di circostanza. Ricordare Capaci significa scegliere da che parte stare.

L’eredità di Falcone– La mafia uccise Giovanni Falcone pensando di spegnere la sua battaglia. Ottenne l’effetto opposto. Da quella strage nacque una nuova coscienza civile. Migliaia di giovani iniziarono a parlare di legalità, di giustizia, di responsabilità. Paolo Borsellino raccolse quell’eredità fino a essere assassinato, appena 57 giorni dopo, nella strage di via D’Amelio. La mafia voleva imporre il silenzio. Falcone e Borsellino hanno lasciato invece una voce che continua ancora oggi. Una voce che ricorda una verità semplice e durissima: la mafia non è invincibile. Ma per combatterla servono coraggio, memoria e una società che smetta di accettare compromessi.

Perché la mafia non teme chi si indigna un giorno all’anno. Teme chi non abbassa la testa mai.

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