Catherine O’Hara: dai film meno conosciuti alla consacrazione internazionale
Guardando indietro, il percorso di Catherine O’Hara insegna qualcosa di raro nel mondo dello spettacolo: non tutti devono brillare subito. Alcuni artisti crescono nell’ombra, attraversano film strani, notti cinematografiche fuori asse, personaggi difficili. E poi, quando arrivano davvero, restano.
Catherine O’Hara: dai film meno conosciuti alla consacrazione internazionale
L’attrice, nata a Toronto il 4 marzo 1954, si è spenta a 71 anni dopo una breve malattia. La sua morte è stata annunciata da TMZ e confermata da due fonti anche se, al momento, non sono stati svelati dettagli sul decesso. Una morte che colpisce fan e mondo del cinema,
Ci sono attrici che diventano famose all’improvviso, e poi ci sono quelle come Catherine O’Hara, che sembrano crescere lentamente sotto la pelle del cinema, fino a diventare indispensabili. La sua carriera non è stata una corsa, ma un percorso tortuoso, fatto di ruoli eccentrici, personaggi ai margini e una comicità così sottile da passare spesso inosservata. Almeno all’inizio. Negli anni Settanta e Ottanta, O’Hara si muove soprattutto nei territori meno illuminati della fama. Proveniente dalla comicità improvvisata canadese, in particolare dal leggendario Second City e dal programma SCTV, costruiva personaggi grotteschi, assurdi, volutamente scomodi. Non era la bellezza patinata di Hollywood, ma qualcosa di più raro: una presenza capace di destabilizzare.
È proprio in questo periodo che appare in Fuori orario (After Hours, 1985) di Martin Scorsese, un film notturno, nevrotico, quasi claustrofobico, oggi considerato di culto ma all’epoca tutt’altro che mainstream. Il suo ruolo è breve, spiazzante, perfettamente in linea con l’atmosfera disturbante del film. Catherine O’Hara non cerca di piacere, entra in scena come un elemento di disordine, una presenza che contribuisce al senso di smarrimento del protagonista. È uno di quei film che pochi associano subito al suo nome, ma che racconta molto bene chi fosse in quella fase della carriera. I suoi primi film non erano pensati per consacrarla. Apparizioni, ruoli secondari, commedie che oggi pochi ricordano. Eppure, in quelle interpretazioni “minori”, c’era già tutto: lo sguardo ironico, il controllo del corpo, la capacità di rendere memorabile anche una sola scena. Catherine O’Hara non rubava la scena, la deformava. Poi arrivano le collaborazioni che segnano una svolta silenziosa ma decisiva, Tim Burton, John Hughes, Christopher Guest, registi che capiscono che quella stranezza è un valore. Film come Beetlejuice e Mamma, ho perso l’aereo, la portano finalmente davanti a un pubblico vastissimo, ma senza snaturarla. Anche quando interpreta una madre apparentemente “normale”, O’Hara inserisce sempre una crepa, un eccesso, una nota stonata che resta impressa. È come se una prima Catherine O’Hara dovesse “morire” artisticamente. L’attrice di nicchia, relegata ai margini, apprezzata solo da chi sapeva guardare bene. Al suo posto nasce un volto familiare, riconoscibile, ma mai banale. La fama non la rende più semplice; rende il pubblico più pronto a seguirla. La consacrazione definitiva arriva molto più tardi, quando molti attori sarebbero già considerati “fuori tempo”.
Con Schitt’s Creek, O’Hara compie il miracolo: trasforma l’eccesso in eleganza, la caricatura in icona. Moira Rose non è solo un personaggio, è una sintesi di tutta la sua carriera. Ogni ruolo precedente, anche quelli dimenticati, come Fuori orario, sembra averla preparata a quel momento. Guardando indietro, il percorso di Catherine O’Hara insegna qualcosa di raro nel mondo dello spettacolo: non tutti devono brillare subito. Alcuni artisti crescono nell’ombra, attraversano film strani, notti cinematografiche fuori asse, personaggi difficili. E poi, quando arrivano davvero, restano.
Addio Catherine!







