Filosofia della coscienza di sé: Interazione sociale e Altro generalizzato
Negli ultimi trent’anni si sono evoluti principalmente approcci di tipo neuro-cognitivo per cercare di spiegare la coscienza, concordi nell’ affermare che è sufficiente la comprensione delle attività neurali associate agli stati qualitativi e identitari per giungere alla comprensione della coscienza.
Filosofia della coscienza di sé: Interazione sociale e Altro generalizzato
Il problema della coscienza , coscienza di sé e identità personale è un argomento aperto a dibattiti su diversi fronti.
di Susanna Camoli
Negli ultimi trent’anni si sono evoluti principalmente approcci di tipo neuro-cognitivo per cercare di spiegare la coscienza, concordi nell’ affermare che è sufficiente la comprensione delle attività neurali associate agli stati qualitativi e identitari per giungere alla comprensione della coscienza.
Questo paradigma di stampo riduzionista sembra poco adatto e limitante per la comprensione della coscienza, per cui scaturisce la necessità di un’ indagine fenomenologica che non riduca la coscienza ad una mera funzionalità neurobiologica ma che invece ne indaghi la genesi.
Se l’ essenza della coscienza dunque, prevede una dimensione extra-biologica, bisogna presupporre che la mente individuale di un soggetto si va a formare sin dalle sue primissime relazioni affettive e cognitive, col mondo fisico e sociale.
L’ idea che la coscienza abbia una natura sociale è una delle principali tesi dello psicologo statunitense George Herbert Mead.
Per comprendere il comportamento e la consapevolezza dell’ individuo è necessario riferirsi ai comportamenti del gruppo sociale che rende forme simboliche condivise nella comunità. Ogni persona avrebbe un “io” e un “me”. Il proprio “io” rappresenterebbe il soggetto nella propria impulsività, il “me” nell’ immagine che restituiscono dell’ individuo gli altri o ciò che si ritiene si pensi di lui.
Posto che la coscienza di sé sia un prodotto socialmente derivato tramite un processo congiunto della conoscenza del sé corporeo e conoscenza del sé sociale, possiamo definire che la mente e il “sé” siano risultato di un processo comune sociale e che il tramite fondamentale sia il linguaggio, e che con la sua acquisizione, secondo Wittgenstein, si precederebbe la costruzione del sé.
Il sé corporeo e il sé sociale si sviluppano in modo congiunto tramite l’ interazione sociale partendo da una forma minima di soggettività corporea non consapevole, data alla nascita o che si acquisisce rapidamente nelle prime fasi di sviluppo. Da ciò ne deriva che il sé è il processo congiunto della “presa di coscienza”.
Durante le fasi di sviluppo vengono appresi e introiettati schemi sociali, norme e comportamenti socialmente accettabili. L’ individuo che ha introiettato i diversi comportamenti conformi alla società è in grado di entrare nei panni dell’ Altro generalizzato.
Tale processo richiede un colloquio interiore, che crea delle narrazioni autobiografiche il quale fine è l’assunzione del ruolo dell’altro. Orientando l’ attenzione verso noi stessi, si arriva così alle narrazioni autobiografiche (secondo la Teoria della mente sono in prima persona), cioè rappresentazioni mentali che includono sempre l’ Altro generalizzato (in terza persona), e che connettono la sfera privata con quella pubblica, quindi la prospettiva in prima e in terza persona.
L’interazione sociale quindi, con o nei panni dell’ altro generalizzato, che non si riferisce necessariamente ad altri individui, ma anche all’ ambiente circostante ed agli stimoli esterni, alle norme e schemi sociali e via dicendo, si svolge nella sfera privata ma con modalità pubbliche, cioè nella propria sfera mentale ma fornendosi degli schemi sociali condivisi dopo essere stati appresi.
L’ Altro generalizzato non viene visto solo come componente dello sviluppo della coscienza di sé ma anche come meccanismo che ne permette il mantenimento nel tempo e che quindi rende stabile il nucleo cognitivo dell’ identità.
In conclusione, si potrebbe sostenere che nelle fasi di sviluppo del corpo e della mente, della coscienza corporea e della coscienza del sé sociale, si definiscono insieme, tramite il processo di interazione sociale e dunque all’ interno della presa di coscienza di sé si riconoscono allo stesso modo.
L’ interazione sociale e linguistica permettono di conoscere non solo il nostro corpo vissuto (Leib) ma anche la “mente individuale”, che può esistere soltanto posta in relazione ad altre menti e con significati condivisi, per citare lo stesso Mead: <<la mente individuale può esistere solo in relazione alle altre menti mediante significati condivisi>>.

In poche parole: La coscienza di sé è la capacità di riconoscersi come individui, con pensieri, emozioni e desideri propri. Non nasce isolata: si sviluppa nel rapporto con gli altri. Fin da piccoli impariamo a vederci anche attraverso lo sguardo altrui — ciò che gli altri si aspettano da noi, come reagiscono alle nostre azioni, come ci descrivono. Qui entra in gioco l’idea dell’“altro generalizzato”: non una persona precisa, ma l’insieme delle regole, dei valori e delle aspettative della società in cui viviamo. È come una voce interiore che ci guida e ci dice cosa è appropriato o meno in una certa situazione. Quando decidiamo come comportarci, spesso stiamo tenendo conto proprio di questo “pubblico invisibile”. In questo senso, la nostra identità non è qualcosa di fisso o puramente individuale: è il risultato di un dialogo continuo tra ciò che sentiamo dentro e ciò che apprendiamo dagli altri. Essere consapevoli di questo processo può aiutarci a capire meglio noi stessi e a vivere in modo più autentico, senza dimenticare però che siamo sempre parte di una rete di relazioni.
