Tim Curry è morto. E io voglio ricordarlo per il dottor Poole

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E forse è questo il modo più bello di salutare Tim Curry: non cercando necessariamente il suo ruolo più grande, ma andando a ripescare quelli più piccoli.
Perché nei grandi attori spesso c’è una cosa che i personaggi iconici rischiano di nascondere: la straordinaria normalità del loro talento.

Tim Curry è morto. E io voglio ricordarlo per il dottor Poole

di Susanna Camoli

Ci sono attori che il cinema ti insegna a riconoscere dal volto. E poi ci sono attori che impari a riconoscere dalla voce, da un gesto, da quel modo particolare di entrare in una scena e cambiarne immediatamente l’aria.

Tim Curry apparteneva alla seconda categoria.

La notizia della sua morte, avvenuta il 25 agosto a Los Angeles all’età di 80 anni, porta inevitabilmente a ripercorrere una carriera nella quale è praticamente impossibile scegliere un solo volto: Frank-N-Furter in The Rocky Horror Picture Show, Pennywise in It, Darkness in Legend, Wadsworth in Signori, il delitto è servito.

È una parte apparentemente piccola nella sterminata filmografia di Curry. Ma è proprio questo il punto.

Perché guardando Oscar ci si accorge di quanto fosse bravo Tim Curry anche quando non aveva bisogno di trucco, denti aguzzi, corna gigantesche o costumi spettacolari.

Il dottor Poole è impacciato, gentile, quasi tenero. E Curry lo interpreta con una misura che sorprende se si pensa alla sua galleria di personaggi sopra le righe. È un’altra faccia dello stesso talento: non la trasformazione mostruosa, ma la capacità di trovare qualcosa di buffo e umano dentro un personaggio apparentemente secondario.

E poi c’è quella voce.

Curry poteva fare del linguaggio stesso uno strumento comico. In Oscar la sua presenza diventa quasi una lezione di recitazione: basta il modo in cui pronuncia una parola, una pausa, un’inflessione, per trasformare una battuta in qualcosa che rimane.

È facile ricordare Frank-N-Furter perché Rocky Horror è entrato nella storia del cinema. È facile ricordare Pennywise perché quella faccia da clown ha terrorizzato una generazione. È facile ricordare Darkness perché sotto quelle protesi sembrava esserci una creatura uscita direttamente da un incubo.

Ma un attore non è soltanto i suoi ruoli iconici.

È anche il personaggio che compare in un film che magari non riguardi da anni. È una voce che riconosci senza sapere immediatamente da dove provenga. È una scena che ti fa sorridere quando ormai hai dimenticato metà della trama.

È il dottor Poole di Oscar.

E forse è questo il modo più bello di salutare Tim Curry: non cercando necessariamente il suo ruolo più grande, ma andando a ripescare quelli più piccoli.

Perché nei grandi attori spesso c’è una cosa che i personaggi iconici rischiano di nascondere: la straordinaria normalità del loro talento.

Tim Curry poteva essere un alieno, un demone, un clown, un maggiordomo, un pirata, un cardinale, un concierge o un insegnante di dizione.

E riusciva sempre a essere Tim Curry.

Questa, forse, è la parte che ci mancherà di più.

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